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Il santo del mese - San Domenico Savio

(9 Marzo)

di Angelo Montonati, tratto dalla collana I Santi nella Storia

Quando Domenico Savio morì, don Bosco era talmente convinto della sua santità che decise di pubblicarne subito la biografia. In effetti, questo ragazzo morto a poco più di quattordici anni aveva tutte le carte in regola per essere additato come modello ai giovani.

Domenico nacque a Riva di Chieri, in provincia di Torino, il 2 aprile 1842. Il padre era un fabbro ferraio, la mamma una brava sarta. Due anni dopo, per motivi di lavoro, la famiglia si trasferì a Murialdo, a poca distanza da Castelnuovo d’Asti, paese natale di Don Bosco. Il cappellano don Giovanni Battista Zucca, rimase colpito dalla precocità spirituale del ragazzino, tanto che decise di ammetterlo a 7 anni – cosa straordinaria per quei tempi – alla prima comunione. Quel giorno (era la domenica di Pasqua del 1849) su un foglietto conservato da lui in un libro di preghiere e trovato poi da don Bosco, il piccolo Domenico scrisse testualmente: «1. Mi confesserò molto sovente e farò la comunione tutte le volte che il confessore mi darà licenza. 2. Voglio santificare i giorni festivi. 3. I miei amici saranno Gesù e Maria. 4. La morte, ma non peccati». Questi propositi furono il suo programma di vita. 

All’inizio del 1853 la famiglia Savio si trasferì, sempre per motivi di lavoro, a Mondonio, un piccolo borgo nei pressi di Castelnuovo, dove il ragazzo terminò le scuole elementari. Il suo maestro, don Cugliero, riferì in una lettera inviata all'Archivio  salesiano centrale un episodio particolarmente significativo: durante l’inverno 1853-54, i ragazzi dovevano portare a scuola, oltre ai libri, un po’ di legna per alimentare la stufa. Due alunni, approfittando del fatto che il maestro non era ancora arrivato, non solo non portarono legna, ma riempirono la stufa di neve, mandando poi sulle furie don Cugliero che cercò subito il colpevole. I due teppistelli accusarono l’ignaro Domenico, il quale per castigo fu messo in ginocchio sul pavimento dell’aula. Alla fine della mattinata però alcuni compagni raccontarono al prete come erano realmente andate le cose. Costui rimase senza fiato e alla domanda perché non si fosse difeso, Domenico gli rispose con semplicità: "Anche il Signore è stato calunniato ingiustamente. E non si è mica ribellato". Impressionato da quanto accaduto, il sacerdote andò da Don Bosco a Torino per segnalargli questo alunno fuori del comune: "Lei nella sua casa", gli disse, "difficilmente avrà chi lo superi in talento e virtù. Ne faccia la prova, e troverà un san Luigi".

L’incontro tra i due santi avvenne nel cortile della casetta dei Becchi il 2 ottobre 1854. Si parlarono a lungo, poi Domenico  domandò: "Allora, che pensa di me? Mi porterà a Torino per studiare?". Don Bosco, sapendo che la mamma del Savio era una sarta, rispose: "Mi pare che in te ci sia della buona stoffa… può servire a fare un bell'abito da regalare al Signore". E Domenico: "Dunque io sono la stoffa. Lei ne sia il sarto, mi prenda con lei e farà un bell'abito per il Signore".

Poche settimane dopo, il 22 ottobre, il giovane approdava all’oratorio di Valdocco. Nell’ufficio di Don Bosco fece la sua prima traduzione dal latino. Sulla parete campeggiava il motto che il santo aveva fatto suo facendosi prete: Da mihi animas, coetera tolle, dammi le anime prenditi il resto: "Ho capito", commentò il ragazzo: "Qui si cercano anime per il Signore. Spero che anche la mia sarà del Signore". L’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione di Maria, che Pio IX in quello stesso giorno proclamava solennemente come dogma di fede, Domenico – riferisce Don Bosco – «compiute le sacre funzioni in chiesa, col consiglio del confessore andò avanti all'altare di Maria, rinnovò le promesse fatte nella prima comunione, poi disse: "Maria, vi dono il mio cuore: fate che sia sempre vostro, Gesù e Maria, siate voi sempre gli amici miei! Ma per pietà, fatemi morire piuttosto che m’accada la disgrazia di commettere un solo peccato"». Da quel momento, Don Bosco cominciò a osservare attentamente la condotta esemplare del giovane e a prendere nota degli episodi più significativi.

La primavera successiva, precisamente il 24 giugno, cadeva l’onomastico di Don Bosco, il quale scherzosamente aveva chiesto ai suoi ragazzi – "per pagare la festa" – di indicare su un biglietto quale regalo desiderassero da lui. Domenico scrisse: "Mi aiuti a farmi santo". Don Bosco gli indicò la "ricetta" giusta per la santità: allegria, osservare i doveri di studio e di preghiera, far del bene agli altri. Da quel momento fino alla morte Domenico si sforzò di essere esemplare in tutto: si notavano in lui una pietà profonda unita a una serena allegria; e un impegno speciale per venire in aiuto ai compagni, magari giocando con uno che era trascurato dagli altri, facendo ripetizione a chi ne aveva bisogno, o assistendo quelli malati. Circa un anno dopo, il Savio ebbe un’idea: formare un gruppo di ragazzi per far del bene insieme, una specie di società che chiamò Compagnia dell’Immacolata e che fu subito approvata da don Bosco.

Non mancarono manifestazioni straordinarie di doni carismatici. Una sera, racconta don Bosco nella biografia di Domenico, il ragazzo gli chiese di seguirlo in fretta perché c’era "una bell’opera da fare". Uscito di casa, percorse diverse strade finché si fermò al terzo piano di un caseggiato, sempre seguito da don Bosco: "È qui che deve entrare" gli disse. Sulla porta comparve una donna che lo pregò di confessare suo marito gravemente infermo il quale, dopo essersi fatto protestante, voleva morire da buon cattolico. Il giorno dopo, alla domanda di come avesse saputo di quel moribondo, Domenico guardò Don Bosco con aria addolorata e poi si mise a piangere. Il santo prete non osò chiedergli altro.

L’ultima sorella di Domenico rivelò sotto giuramento che un giorno il Savio chiese il permesso di andare a visitare sua madre che era in attesa di un bambino e si trovava in condizioni molto gravi. Il ragazzo appena la vide le buttò le braccia al collo, le diede un bacio e ripartì la sera stessa per Torino. La donna si sentì subito meglio e il parto avvenne regolarmente. Al collo le trovarono un nastro a cui era attaccato un pezzo di seta piegata e cucita come un abitino. A Don Bosco che gli chiedeva come stava la mamma Domenico rispose: "L’ha fatta guarire l’abitino della  Madonna che le ho messo al collo". Per questo, Domenico è invocato anche come "il santo delle culle e delle partorienti".

Intanto, però, verso la fine del 1856 la sua salute cominciò a dare seri prolemi. Tra l’altro, due suoi fratellini erano già morti a Mondonio in tenera età e anche lui era molto gracile. Nel febbraio 1857 cominciò a  tormentarlo una tosse insistente mista a febbre. Allora, purtroppo, non c’erano gli antibiotici e queste forme spesso  erano letali. Don Bosco decise di fargli sospendere gli studi e di rimandarlo in famiglia per curarsi. Domenico si mise a letto il 4 marzo e in soli cinque giorni una grave polmonite lo stroncò. Non aveva ancora quindici anni. Chi gli era vicino racconta che prima di spirare gli si illuminò il volto mentre esclamava: "Che bella cosa io vedo mai!". Nel 1914 i suoi resti mortali furono traslati a Torino nella basilica di Maria Ausiliatrice. Domenico fu beatificato da Pio XII il 5 marzo 1950 e canonizzato dallo stesso il 12 giugno 1954.

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Parrocchia di Pontenure
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