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Ammirando l'immagine dell'Avvento 2018

Testo tratto dal sussidio della Diocesi

Una solenne cornice squarcia una parete: ha la stessa funzione che si attribuisce alla ricca cornice di una finestra di un palazzo del rinascimento. Di norma, però, siffatte cornici adornano la sontuosità delle facciate dei palazzi: da fuori celano l’interno, dietro ai loro vetri, e tracciano linee armoniose e graziose per l’attento osservatore. Al tocco estetico di un mondo che chiede di essere addomesticato dalla bellezza dell’arte che lo reinterpreta, questa cornice, di nobile legno, sta su di una parete al chiuso. Era sull’altare di una cappella, quella di San Giuseppe, della Collegiata di Castell’Arquato fin dal 1504, poi in una delle sacrestie, ora in un museo. Ma sempre su una parete interna, a rovesciare il compito della cornice stessa: a fare del dentro un fuori e del fuori un dentro.

Un pezzo di mondo che sta fuori, che sta oltre la segreta stanza di un museo in cui spazio e tempo si disfano in una simultaneità che è capace di far sognare; proprio come l’immaginazione che da corpo e vita ad un oltre intuito e ritagliato in un muro la cui funzione è invece quella di chiudere. Chissà se è proprio andata così! Anzi, diremmo proprio di no... Dentro quella cornice c’è ben più di una figura. C’è una storia, tutta intera, che corre fino ad oggi e disegna anche il futuro. Non è andata proprio così, se ci attardiamo solo nelle descrizioni storicistiche, che hanno lo scopo di fare come fa il muro: chiudere nel passato ciò che è importante e vitale per l’oggi. Dunque tu, distratto avventore, sosta, siediti, osserva e interrogati… Se pensavi di sapere già tutto di quella nascita, avrai qualche sorpresa. E che sorpresa! Anche questa volta, come ogni volta, non ne sai nulla. È tutta nuova e vivace, desiderosa di accadere, di farsi una storia per te.

Appoggiato a terra, sul davanzale, lì a tua disposizione, c’è un bambino. Sembra una radice, ciò su cui si poggia tutto: è proprio quel virgulto che permette ad un nuovo albero di crescere, quel virgulto che i Profeti cantarono e ci insegnarono ad attendere. È piccolo, appena nato, perché è sempre così: sempre sul punto di far nascere, come se fosse il primo attimo della fede, qualcosa di nuovo dentro di te, dentro ciascuno di noi. Accanto a lui San Giovanni Battista, anche lui ancora bambino, ma già adulto nei gesti appassionati.

Poi è la volta degli adulti: tutti schierati lì, Maria, la Madre, intenta nell’orazione e avvolta in una giallo oro che per un artificio ingegnoso del pittore diviene una strada che si perde verso l’orizzonte, San Giuseppe, nobile e compìto come un signore del rinascimento con vesti d’oro da re e rosse di appassionato e attento silenzio, un pastore curioso, quasi ad affacciarsi su questa strana finestra che ora assomiglia a un palcoscenico, a sinistra San Pietro, un po’ in disparte, ormai inverosimilmente vecchio, ormai presente come se tutto ciò fosse il ricordo di una storia raccontatagli da Maria e rivissuta nella sua immaginazione. Una capanna ben disposta, a proteggere questi santi protagonisti di un’immagine che allo stesso tempo è immagine, immaginazione e realtà.

Le strade percorse dagli uomini divengono poi un paesaggio disteso e sereno, una cartolina. Un pastore coi suoi animali, dei viandanti nobilmente parati impegnati in conversazione (forse che si chiedano di quell’immagine, proprio come noi?), la rovina di un antico palazzo, suggestione dalla Leggenda Aurea di Iacopo da Varagine, e l’antico borgo, custode di questa meraviglia, Castell’Arquato. Alle sue porte, come alle porte di ogni cuore, ancora oggi accade il miracolo di quella nascita.

Lassù in alto poi gli angioletti, intenti a sostenere quell’annuncio che quella notte in cui fu dato era per i pastori, nel nostro giorno è per ogni vita. I profeti attesero quel momento e i patriarchi ne desiderano l’accadere. Noi, oggi, ne gustiamo il discreto apparire su una soglia. Quella finestra che si apre, così solenne, dischiude un mondo. O meglio, dischiude il mondo,
quello vero. È il mondo in cui l’io e il noi si sovrappongono, scoprendo un dono che è per il mondo e per ogni uomo. La bellezza di un’immagine, con la meraviglia che accompagna ogni
stupefacente rivisitazione della realtà di cui solo l’immaginazione sa comprendere la verità, quella bellezza fa di un’immagine che squarcia la parete di un mondo altrimenti chiuso e  limitato la ragione per cui a tutti è dato di sperare, di gioire. Di attendere trepidanti. Quel bambino su cui piove lo sguardo degli angeli, sapiente composizione di un pittore, non fu la storicistica realtà dei fatti, ma è la verità custodita dalla tenerezza di una storia che era appena all’inizio. Proprio quel bimbo è appoggiato su un davanzale, a portata di mano per te. E quegli angeli annunciano quello che i profeti cantarono: la gloria è di Dio e la pace per gli uomini, che in quel bimbo, quel Dio volle da sempre amare. Come gli angeli cantarono e annunciarono quando nacque il Figlio unigenito del Padre, quale grande schiera nel cielo, «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Luca 2,14), allo stesso modo due angeli sfolgoranti di luce dissero alle donne impaurite che Gesù non era lì, nel sepolcro, ma che era risuscitato (Luca 24,6). Quegli angeli, annunciatori di cose nuove e buone, quegli angeli a cantare per una nascita e a gridare la risurrezione. Già tutto è qui, perché qui vita e morte si ritrovano, tempo ed eternità si toccano, possibilità e speranza si abbracciano. Come ogni vita, tutto inizia con un bimbo. Come ogni vita, tutto si compie in un canto d’angeli. E quello che è straordinario è che quel canto d’angeli, che oggi puoi solo immaginare, è, in quel bimbo, per te.

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Parrocchia di Pontenure
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