I profeti dell'Avvento - Baruc

Testo tratto dal sussidio diocesano per animatori dell'Avvento 2018

Baruc 5,1-9. - Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell'afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre.
Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio, metti sul tuo capo il diadema di gloria dell'Eterno, perché Dio mostrerà il tuo splendore a ogni creatura sotto il cielo. Sarai chiamata da Dio per sempre: «Pace di giustizia» e «Gloria di pietà».
Sorgi, o Gerusalemme, sta' in piedi sull'altura e guarda verso oriente; vedi i tuoi figli riuniti, dal tramonto del sole fino al suo sorgere, alla parola del Santo, esultanti per il ricordo di Dio.
Si sono allontanati da te a piedi, incalzati dai nemici; ora Dio te li riconduce in trionfo come sopra un trono regale.
Poiché Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio. Anche le selve e ogni albero odoroso hanno fatto ombra a Israele per comando di Dio.
Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria, con la misericordia e la giustizia che vengono da lui.

La scena finale descritta nel breve libro di Baruc (cinque capitoli in tutto) apre la seconda domenica di Avvento. Baruc è un testo che risale, nelle sue parti più antiche, al II secolo a.C ed è un invito agli abitanti di Gerusalemme a celebrare una liturgia penitenziale.

«Deponi o Gerusalemme la veste del lutto e dell’afflizione» e rivestiti, invece, della gloria che ti viene da Dio. La visione si apre con un comando che Dio rivolge agli abitanti di Gerusalemme: deporre i segni del lutto, poiché il tempo della sofferenza e dell’umiliazione che Israele ha ricevuto a motivo della sua condotta si è concluso. Gerusalemme, un tempo costretta a vedere la dispersione dei suoi figli per non avere ascoltato la voce del Signore (Baruc, 1,18) deve ora vestirsi con abiti regali e vivere il tempo della consolazione. Là dove l’uomo suppone già definite le conseguenze del proprio agire deve ancora lasciarsi sorprendere dal coraggio di Dio.

«Sarai chiamata da Dio per sempre»: «Pace di giustizia» e «Gloria di pietà». Gerusalemme sarà testimone dell’agire amorevole di Dio. Il tempo inaugurato da Dio è sorpresa in nessun modo condizionata dalla gravità del peccato del popolo, che può solo decidere se accoglierla o rifiutarla. La trasgressione o, peggio ancora l’indifferenza alla sua Parola non possono mai essere messe a confronto con la pietà che Egli prova nei confronti dei figli. Un chinarsi di Dio comprensibile solo a partire dal desiderio di volerci a Sua immagine e somiglianza. Esso viene prima di tutto, regge nonostante tutto e si rivela in tutto. Anche di fronte al peccato. Una dispersione questa (si sono allontanati da te a piedi, incalzati dai nemici), che è capace di mostrare, quando è confessata, la nostalgia e la volontà di tornare ad essere al cospetto del Padre. La giustizia di Dio, quindi, si dà tutta Sua nella tenacia a rilanciare a nostro favore un’alleanza, terra da cui confessiamo di essere in esilio e, nonostante ciò, il cui ritorno scopriamo sempre accessibile.

La visione di Baruc si chiude, allora, con una stupefacente scena corale: proprio perché Dio rilancia il rinnovo dell’alleanza, Gerusalemme può contemplare il ritorno dei dispersi. Scena che vuole essere ricapitolativa di una storia, quella di Israele e di tutti noi, fatta di fedeltà, infedeltà e ancora fedeltà: dal tramonto del sole fino al suo sorgere.

«Poiché Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno». La gloria, ossia la giustizia e la pietà di cui Israele dovrebbe risplendere, è compito Suo custodirla; del ritorno dei dispersi è Dio che se ne fa carico. Ostacoli e affossamenti del nostro vissuto riletti alla luce della Sua decisione diventano occasione di conversione e di perdono: gloria di cui Dio intende rivestirci. Il livellamento del terreno per rendere meno "accidentato" il ritorno agli esuli è un’immagine efficace per rilevare come non c’è un punto ideale da cui si dovrebbe partire. Non c’è esistenza che, per quanto lontana, possa adombrare il Suo desiderio e la nostra vocazione a figli. Là dove noi siamo comincia il nostro ritorno al Padre; il nostro rivestimento in abiti di gloria. E non c’è ritorno al Padre che non sia anche ritorno ai fratelli in termini di pienezza di ciò che è propriamente umano: collaborazione, cura e, per quanto ci riusciamo e fin dove ci riusciamo, perdono. Non abbiamo altro che la nostra storia come luogo propizio per confessare il nostro allontanamento e la nostra salvezza.

L’oggi che la visione di Baruc inaugura per tutti è un tempo reso appianato dalla Sua iniziativa. Esso oltrepassa quel senso di solitudine che si vive quando si resta incagliati dentro i nostri sensi di colpa o alla nostra durezza di cuore. L’oggi di Dio apre un varco possibile. L’ascolto della Sua parola rende possibile un cammino che da sempre ha molteplici forme pratiche cui tornare: il silenzio, la cura del fratello e la responsabilità verso il mondo.

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Parrocchia di Pontenure
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