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I profeti dell'Avvento - Michea

Testo tratto dal sussidio diocesano per animatori dell'Avvento 2018

Il profeta Michea.

(Michea 5,1-4a)
Così dice il Signore: «E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall'antichità, dai giorni più remoti.

Perciò Dio li metterà in potere altrui, fino a quando partorirà colei che deve partorire; e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli d'Israele. Egli si leverà e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore, suo Dio.

Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra. Egli stesso sarà la pace!».

Sappiamo così poco del profeta Michea, che per parlare di lui ci soffermiamo su piccoli dettagli. Il suo nome, per esempio, che sembra già recare in sé una vocazione e un destino. “Mi-ki-Ja” significa alla lettera: “Chi è come il Signore?”, e Dio non viene qui evocato con un attributo generico, ma proprio con quel Nome potente e indicibile che era stato rivelato a Mosè. Michea si presenta, già dal nome, come profondamente legato a quel Dio particolare e alla storia del suo popolo, a quella presenza misteriosa che ha accompagnato nello spazio e nel tempo un popolo piccolo, nomade e schiavo, e lo ha ricolmato di benedizioni e di promesse.

Ma la vita di questo popolo è stata tutt’altro che un idillio con il suo Dio. Destinatari della rivelazione, delle promesse e della terra, i figli e le figlie di Israele hanno subìto il fascino di altri dèi e si sono divisi tra loro. Al nord il regno di Samaria, a sud il regno di Giuda con la sua capitale Gerusalemme. I giudei consideravano eretici i samaritani, ma - secondo la denuncia del profeta Michea - idolatria, ingiustizia sociale e oppressione dei poveri dilagavano ovunque, nel regno del nord come in quello del sud. Durante la vita di Michea, accadono due eventi catastrofici. Prima la distruzione di Samaria da parte degli Assiri, poi l’assedio di Gerusalemme ad opera del re assiro Sennacherib. Siamo tra il 721 e il 701 a. C., e il popolo di Israele sembra essere facile preda di tutte le potenze del tempo. Dov’è dunque il Dio della storia, delle promesse e delle benedizioni? Si è forse dimenticato del suo popolo?

Questa è una domanda sempre attuale: ogni volta che la vita sembra toglierci qualcosa che ci aveva promesso, ci chiediamo: dov’è andato Dio? Da che parte sta? Ci facciamo questa domanda perché non vogliamo vedere la verità della nostra vita, e perché non siamo rimasti in relazione con il Dio vero. Ci vorrebbe un profeta, per rimetterci alla presenza di Dio, per vedere finalmente noi stessi per quello che siamo, senza illusioni.

Proprio così Michea intende il suo compito profetico: «farò lamenti e griderò, me ne andrò scalzo e nudo, manderò ululati…, urli lamentosi…» (Mi 1, 8). Che seguito potrebbe avere oggi la voce profetica di Michea? Un uomo che dice cose scomode, proprio lui che sembra venire  dal nulla, da un piccolo villaggio distante da Gerusalemme; un oscuro profeta che si permette di denunciare le contraddizioni di una società che da un lato pretende di essere erede delle promesse di Dio, ma dall’altro si lascia governare da uomini senza scrupoli, che sono «avidi di campi e li usurpano, di case e se le prendono. Opprimono l’uomo e la sua casa, il proprietario e la sua eredità» (Mi 2, 2). Oggi come allora, preferiamo altri profeti: quelli che ci dicono che va tutto bene, che il problema sono gli altri, gli eretici del regno del nord; preferiamo essere guidati da capi rassicuranti, che ci garantiscono l’ordine e la pace a patto che continuiamo a servirli. La voce di Michea si leva soprattutto contro questi falsi profeti e sacerdoti corrotti, che “strappano la pelle di dosso al popolo”, “lo fanno a pezzi”, non hanno una visione, non ricevono alcuna parola da Dio perché sono pieni di sé e del loro potere.

Michea è invece un profeta vero, in contatto con il suo Dio, di cui sente la passione, la sofferenza d’amore verso il suo popolo. Il libro di Michea è un alternarsi di denunce forti e di consolazioni, di minacce catastrofiche e di visioni colme di speranza e bellezza. Perché Dio continua a guardare al suo popolo, alla collina di Sion e a questa terra ferita, con gli occhi innamorati del creatore; tutti i popoli un giorno verranno al monte del tempio del Signore, sarà un paradiso, un luogo di pace, deporremo le armi, nessuno ci spaventerà, potremo sedere tranquilli sotto il fico e sotto la vite. Non dovremo più avere vergogna delle nostre fragilità, non dovremo coprirle sotto una coltre di aggressività e orgoglio. Il Signore promette di radunare tutti gli zoppi e gli sbandati, ogni esistenza fragile e ferita, ogni realtà piccola e marginale.

E proprio dalla più piccola delle città di Giuda, la Casa-del-pane (Betlemme), mai nominata da nessun profeta, proprio da questo luogo periferico nascerà Colui che è atteso.

Dio mantiene le sue promesse, ma la sua voce ci arriva da profeti scomodi e marginali che non vorremmo ascoltare, la sua liberazione comincia nei luoghi che noi non vorremmo nemmeno considerare, e ci renderà forti solo quando avremo deposto le armi del nostro io e ci saremo lasciati raggiungere in ciò che è più fragile e sbandato dentro di noi.

La vita autentica richiede proprio un capovolgimento dello sguardo e del cuore; solo tre sono le cose che contano, per essere vivi davvero: «praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio» (Mi 6, 8). In questi tre comandamenti Michea condensa tutta la Legge. Primo: sii giusto, giudica correttamente, ascolta, non farti illusioni, non condannare. Secondo: ama la pietà, ama quella forma di amore che si piega sulle fragilità degli altri, non averne vergogna, la pietà ti umanizza, ti rende più somigliante al tuo Creatore. Terzo: cammina umilmente con il tuo Dio, non pensare di andare dove vuoi in solitudine, questa non è vita; cammina in umiltà, fedele alla terra, in compagnia di Dio. Fai questo e vivrai. E nascerai.

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Parrocchia di Pontenure
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