I profeti dell'Avvento - Sofonia

Testo tratto dal sussidio diocesano per animatori dell'Avvento 2018

Il profeta Sofonia, dettaglio dei mosaici interni della basilica di San Marco, Venezia.

(Sofonia 3,14-17)
Rallègrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele, esulta e acclama con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme!

Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d'Israele è il Signore in mezzo a te, tu non temerai più alcuna sventura.

In quel giorno si dirà a Gerusalemme: «Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente. Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia».

Il nome Sofonia in ebraico significa: "Il Signore ha protetto, ha custodito". Le circostanze in cui Sofonia fu chiamato a profetizzare erano al tempo stesso pericolose e incoraggianti. Durante il lungo regno di Manasse (il cattivo figlio del buon re Ezechia che regnò fra il 696 e il 642 a.C.), lo stato morale e religioso di Giuda si era tristemente deteriorato. Sebbene godesse di una certa indipendenza, il regno di Giuda era a tutti gli effetti uno stato-suddito dell’impero assiro. Manasse si era opposto al risveglio religioso che aveva caratterizzato il regno di suo padre tanto che superstizione, adorazione degli astri e sacrifici umani erano entrati a fare parte della vita religiosa. Ci fu però una svolta nella vita di Manasse: prima di morire, infatti, egli si pentì di questo suo atteggiamento e «si umiliò profondamente davanti al Dio dei suoi padri» (2 Cronache 33:12-19). Il figlio Amon gli succedette al trono. Nel suo breve regno, durato appena due anni, non mostrò nessun desiderio di respingere l’idolatria che si era radicata durante il regno di suo padre, ed infine, i suoi servitori organizzarono una congiura, assassinandolo nel palazzo reale (2 Re 21:19-24). È evidente che le cattive attitudini di questi due regni non avevano ottenuto il sostegno di tutto il popolo. Ancora una volta una minoranza non si era piegata alla malvagità dei propri re, sperava in tempi migliori e lavorava in vista di essi. Quando Giosia, figlio di Amon, ascese al trono nel 640 a.C., c’erano alcuni che non si erano dati all'idolatria, così Sofonia e il re Giosia riuscirono a guidare il popolo verso una riforma religiosa. Per l’atmosfera che si respira nel libro, si può pensare che Sofonia abbia profetizzato durante il primo periodo del regno di Giosia, quello cioè che precede la riforma. Siamo in un tempo di degrado religioso, morale e sociale.

Sofonia viene chiamato da Dio ad ammonire il popolo riguardo al giudizio che si sarebbe abbattuto su di loro e ad incoraggiare quella minoranza che, pur subendo oppressione e maltrattamenti, non aveva rinnegato il Signore. Il profeta usa un linguaggio incisivo, toccante, caratterizzato da immagini vivaci.

Probabilmente si possono scorgere molte analogie tra il contesto in cui profetizzava Sofonia e la nostra realtà attuale, dove alcuni "profeti, re e sacerdoti" sono venuti meno al loro compito di traghettare il popolo verso una maggiore civiltà e umanità. Proprio in questo contesto, il profeta si rivolge a coloro che si riconoscono umili e poveri, e che si affidano al Signore non confidando nelle proprie esclusive forze. Dio si manifesta come colui che detesta i peccati e invita ad un cambiamento radicale di vita: non più idolatri e tutti volti alla ricerca del benessere personale, ma "cuccioli" desiderosi di ricevere dal Signore della vita e degli eserciti l’essenziale per vivere.

È in questo clima apocalittico in cui Dio sembra concentrato sui rimproveri e sulla sua collera e l’uomo ormai perduto e senza più speranza, che si manifesta, in realtà, l’amore di un Padre pronto a "gioire e ad esultare per noi con grida di gioia". Il motivo di tale gioia è che Jahvé abita in seno al suo popolo, combatte a favore del suo popolo; difatti dice: "Il Signore è in mezzo a te, tu non temerai più alcuna sventura, non lasciarti cadere le braccia". Il Dio d’Israele è appassionato e presente, non rabbonibile con sacrifici formali e vuoti, ma che entra nella storia del popolo, e quindi nella nostra vita, per rinvigorirla e darle speranza. Un Dio che sposa le vicende degli umili e dei poveri senza lasciarli alla mercè dei più forti e degli oppressori. Sarà proprio la gioia del Signore per Gerusalemme che la convertirà all'amore autentico per Lui. Dunque la gioia a cui Gerusalemme è invitata è la gioia di una città liberata dalla paura, è la gioia di tutti coloro che, confidando nel Signore, non hanno più nulla da temere.

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Parrocchia di Pontenure
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