Il santo del mese - Sant'Ignazio di Antiochia

Vescovo, martire e Padre della Chiesa - (17 Ottobre)

di Roberto Guttoriello, tratto dalla collana I Santi nella Storia

Un'icona raffigurante sant’Ignazio, vescovo e martire, che, discepolo di san Giovanni Apostolo, resse per secondo dopo san Pietro la Chiesa di Antiochia. Secondo la tradizione morì martire sbranato dalle belve del circo.

Tra la fine del I e la prima metà del II secolo vari autori cristiani scrissero su Cristo e la Chiesa nascente. Essi, dopo il Nuovo Testamento, furono i testimoni più autorevoli della fede tanto da essere definiti nell’età moderna “Padri Apostolici”, e nel XIX secolo si redasse un preciso elenco di nomi e di opere: Barnaba, Clemente Romano, Policarpo di Smirne, il Pastore d’Erma, Papia di Gerapoli, l’autore dell’Epistola a Diogneto, e della Didachè, Ignazio d’Antiochia. Quest’ultimo presumibilmente nacque tra il 35 e il 40 d.C. in una città o paese della Siria. Fu vescovo di Antiochia di Siria per quasi quarant’anni, dal 70 al 107, succedendo, secondo Origene, a Pietro e secondo Eusebio (HE III,22) a Pietro e Evodio. Si trovò a operare quando l’Impero romano, allora sotto il capace e saggio Traiano, viveva il suo  massimo splendore. Tuttavia i principi della comune figliolanza di Dio: la fraternità, il rispetto e l’amore verso gli altri specie i nemici, risultavano provocazioni in grado di poter sovvertire l’ordine sociale stabilito. Pertanto anche la Siria, come altre regioni dell’impero, fu teatro di sanguinose persecuzioni. Tra gli altri anche il vescovo Ignazio fu arrestato e spedito a Roma per potere, secondo la tradizione, combattere nell’anfiteatro Flavio contro le belve. Il viaggio verso Roma si trasformò per il vescovo di Antiochia in occasione proficua per annunciare il Vangelo. Scortato da una decina di soldati, seguendo la famosa via Egnazia, attraversando mari e terreferme, Ignazio elaborò cinque lettere indirizzate a varie Chiese dell’Asia Minore, una a Roma e un’ultima al vescovo di Smirne, Policarpo.

 
Partiti dal porto di Antiochia, Seleucia, Ignazio e la scorta si addentrarono nelle terre della Cilicia toccando Filadelfia e giungendo a Smirne, dove era vescovo il giovane Policarpo. Qui ricevette la visita fraterna dei rappresentanti delle Chiese di Efeso, di Magnesia e di Tralli intrattenendo dialoghi di fede e di morale. Successivamente fece giungere alle tre comunità rispettive lettere pastorali. Efeso, città di grande commercio, di prestigio politico e religioso agganciata alle figure di San Paolo e di San Giovanni, ricevette numerosi ossequi ed elogi dal vescovo di Antiochia con esortazioni all'unità pastorale e dottrinale fondando sull'eucarestia la vita comunitaria.

Sulla sponda del fiume Meandro, non distante da Efeso si trovava Magnesia, una piccola città della Caria dove presiedeva la comunità un vescovo alquanto giovane, Dama, che proprio per la sua età aveva generato perplessità in alcuni. Ignazio ritornò anche in questa seconda lettera sui temi dell’unità e della concordia. Ancora sulla sponda del Meandro si trovava un’altra piccola comunità, Tralli, che tranne per il fatto di trovarsi nell’alveo di una certa attività commerciale, non godeva all’inizio del II secolo d.C. di prestigio politico e sociale. Qui tra i cristiani, avevano preso piede i doceti, un gruppo di eretici che affermavano che Cristo avesse assunto in “apparenza” il corpo umano. Il futuro martire nella sua terza lettera si scagliò parecchio contro di loro arrivando nel capitolo IX ad una solenne professione di fede. “Turatevi, dunque, le orecchie quando qualcuno vi parla di Gesù Cristo, al di fuori della stirpe di Davide, figlio di Maria, che veramente nacque, mangiò e bevve. Veramente fu perseguitato sotto Ponzio Pilato; veramente fu crocifisso e morì, sotto gli occhi degli abitanti del cielo, della terra e degli inferi. Egli veramente risorse dai morti perché il Padre suo lo risuscitò: allo stesso modo il Padre risusciterà in Gesù Cristo anche noi, che crediamo in lui. Senza di lui non abbiamo la vera vita”.

Tra i fratelli ricevuti a Smirne, qualcuno più zelante aveva probabilmente avanzato l’ipotesi di sfruttare qualche buona conoscenza presso la corte romana per alleviare o commutare la pena del martirio. A quel punto Ignazio indirizzò una delle più belle e note lettere alla comunità di Roma esortandoli a non intervenire per frenare l’opera di Dio che in modo così sublime stava per glorificare il suo servo. La lettera lontano da preoccupazioni dottrinali o morali è una solenne apologia del martirio dove l’unico desiderio è la contemplazione di Dio, del suo volto salvifico e beatifico. Ignazio per giungere a possedere in eterno il suo Signore si mostra pronto a versare il suo sangue, a essere stritolato dalle belve affinché, come autentico discepolo del Maestro, sia frumento macinato diventando immacolato pane di Cristo. Partita da Smirne, accompagnata inoltre dal diacono Burro, la spedizione si diresse verso la Troade. Da lì Ignazio indirizzò una lettera ai cristiani di Filadelfia, città dell’Asia proconsolare, richiamandoli con toni accesi all’unità messa in discussione specie dal gruppo dei sabatisti che ritenevano si dovesse osservare il sabato. Siccome però la domenica era il giorno della risurrezione, irrigidirsi sul sabato significava rigettare l’evento pasquale. Inoltre siccome vi è una sola carne di Cristo, così vi deve essere un solo calice, un solo altare e un solo vescovo. Sempre dalla Troade, Ignazio ripensò al soggiorno a Smirne durante il quale oltre alle presenze consolanti aveva discusso parecchio con i doceti e i giudaizzanti. Specie a loro indirizzò una lettera “Ai cristiani di Smirne” nella quale con accesa veemenza ribadì la dottrina di Cristo veramente figlio di Dio, veramente uomo, veramente nato, morto e risorto. Secondo le testimonianze di Tertulliano, Eusebio e Ireneo, il vescovo di Smirne, Policarpo, era stato a contatto con i testimoni diretti del Risorto e in particolare con l’apostolo Giovanni che lo avrebbe scelto per la sede di Smirne. Proprio a questo vescovo giovane, impegnato e che concluderà con il martirio la sua vita, Ignazio indirizzò quella che negli epistolari occupa l’ultimo posto: lettera “A Policarpo”. In essa l’autore offrì utili suggerimenti al confratello e soprattutto lo esortò alla fortezza per potere resistere alle insidie del nemico.

Dopo la Troade la spedizione raggiunse via mare Napoli nella Macedonia e successivamente per la via Egnazia Filippi, la Macedonia e l’Illirico arrivando a Durazzo per approdare poi a Brindisi. Da qui per la via Appia Ignazio giunse probabilmente a Roma dove subì il martirio nel 107 ca.

Francesco Fracanzano (1612-1656), Sant'Ignazio di Antiochia tra le belve del circo. Roma, Galleria Borghese.

La trasmissione delle lettere di Ignazio è dovuta a vari interventi. I filippesi scrivendo a Policarpo chiesero una copia delle lettere di Ignazio che fu spedita in allegato alla risposta. Largamente divulgate, furono conosciute da Ireneo, da Origene e da Eusebio. Successivamente furono tradotte in siriano e alla fine del IV sec. Giuliano l’ariano ne fornì, ampliata, una traduzione greca. Il punto più vivo di unità si concentra per Ignazio nella figura del vescovo. L’episcopo, col pieno significato greco di “sorvegliante”, “sovrintendente”, è solo il rappresentante “visibile” del vero vescovo invisibile che è Gesù Cristo unito al Padre. Rifiutare il visibile vuol dire ingannare l’invisibile. Il vescovo si presenta come l’ultimo di tutti, l’ultimo dei cristiani e indegno di appartenere a quella Chiesa, ma proprio perché è ultimo, l’episcopo è in senso evangelico il “primo”. È inoltre “degno di Dio” non perché sia una persona rispettabile ma perché rispecchia una scelta di Dio, nel “degno” si riflette la perfetta corrispondenza tra i sentimenti interiori e la vita concreta, a differenza dei falsi maestri che amano presentarsi come persone degne di fede ma in realtà sono lupi rapaci che rendono schiavi chi li segue. La differenza tra vero e falso maestro sta nel “secondo Dio”. I veri ministri, che si trovano a quel posto non per ambizione, ma solo per volontà di Dio, non vivono secondo l’uomo ma secondo Dio,  secondo Cristo. “Il vostro presbiterio è […] in perfetto accordo con il vescovo, come le corde alla cetra. Per questo nella vostra unanimità e nella vostra concorde carità Gesù Cristo è cantato. E che tutti i singoli formiate un coro, affinché concordi nell’unanimità, prendendo il timbro di Dio, con una sola voce cantiate al Padre per mezzo di Gesù Cristo, affinché egli vi ascolti e vi riconosca per le vostre buone opere come membra del Figlio suo. È vantaggioso dunque che voi siate in unità irreprensibile, per partecipare sempre di Dio”.

In sintesi nella sua concezione ecclesiologica, Ignazio è il primo ad affermare che il ministero episcopale è essenziale al concetto di Chiesa: senza di esso la Chiesa non può essere tale. Il vescovo non è solo ma coadiuvato da presbiteri che formano un collegio chiamato presbiterio che è il “senato del vescovo”, la sua “splendida corona”. A servizio diretto del vescovo, come esecutori delle sue direttive e delle sue cure pastorali, ci sono i diaconi definiti “compagni di servizio”. Inoltre, nella prospettiva dell’unità, in ogni Chiesa locale ci deve essere un solo vescovo (monoepiscopato o episcopato monarchico) così come un solo Dio Padre, un solo Cristo, una sola eucaristia, un solo altare. La particolarità della Chiesa è a vantaggio dell’universalità, quella che Ignazio, per primo, definisce “cattolicità”. Quest’ultima si esplica soprattutto nell’unica fede e nel legame di preghiera e di carità. Inoltre la comunione tra le varie Chiese si concretizza in invio di lettere, di delegazioni e di sostegno nelle emergenze. Infine per Ignazio, nella Chiesa, a discapito di una ministerialità itinerante, vi è una stabilità nella struttura ministeriale che va condivisa e vissuta.

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Parrocchia di Pontenure
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