Il santo del mese - San Patrizio

Vescovo - (17 Marzo)

di Enzo Bianchi, tratto dalla collana I Santi nella Storia

Una statua di san Patrizio a Tara, Irlanda, dove convertì il re del luogo.

San Patrizio è considerato l’apostolo nazionale dell’Irlanda; difatti è all'origine della conversione al Cristianesimo dell’intero paese. Già nel corso del secolo VII la Vita di Patrizio, redatta da un certo Muirchù, afferma che a quell'epoca la festa del santo si celebrava in tutta l’Irlanda. Da allora la Chiesa irlandese ne ha celebrato il culto e, in tempi moderni, lo ha introdotto anche in America e in Australia, grazie agli emigranti cattolici irlandesi.

Che cosa sappiamo di Patrizio? Possiamo ricostruire la sua biografia a partire dai suoi scritti e dalle fonti coeve. In particolare, preziosa fonte di informazione è la Confessione, un testo dettato a un segretario dal vescovo ormai anziano, forse ispirandosi alle Confessioni di Agostino, in cui l’autore ripercorre la propria vita confessando i propri peccati, la propria miseria e innalzando una lode a Dio che ha agito in lui con la sua grazia. L’opera nacque in risposta a certi critici che gli negavano le qualità morali e intellettuali necessarie per un missionario; Patrizio, se da un lato riconosce la sua povertà intellettuale e la mondanità della sua giovinezza, canta d’altra parte l’opera della grazia che l’ha chiamato alla conversione e l’ha inviato quale apostolo in terra d’Irlanda.

Si tratta, in certo senso, di un’opera apologetica che, pur contenendo numerosi dettagli autobiografici, non è un’autobiografia. Sono riportati soltanto eventi che abbiano un significato spirituale e vengono disposti in base alle necessità dell’argomentazione. «Io, Patrizio, rozzo peccatore, l’ultimo di tutti i fedeli, spregievolissimo per molti»: con queste parole viene introdotto lo scritto.

Patrizio visse nel corso del V secolo; era originario della Britannia romana. All'età di sedici anni vi fu l’evento che segnò definitivamente la sua esistenza. Mentre si trovava nel podere paterno, fu rapito da pirati irlandesi e, insieme a molte altre vittime, fu trasferito in Irlanda e venduto come schiavo. Il suo padrone lo incaricò di pascere il suo gregge. Solo, lontano da tutti, prigioniero in terra straniera, Patrizio scopre che Dio gli è vicino. I sei anni di schiavitù si trasformano in sei anni di intenso dialogo con Dio, di preghiera fervente. Narra nella Confessione: «Ma dopo che ero capitato in Irlanda – allora facevo pascere il gregge e pregavo spesso durante il giorno – sempre più crescevano in me l’amore di Dio e il suo timore, e aumentava la fede e il mio spirito si lasciava trasportare a fare fino a cento preghiere in un giorno, e più o meno lo stesso di notte, a tal punto che trascorrevo la notte nei boschi, sulla montagna, e mi svegliavo prima dell’alba per pregare con la neve, il gelo, la pioggia, e non avvertivo alcun disagio e non c’era in me alcuna pigrizia – come la vedo ora – perché allora lo Spirito era in me colmo di fervore».

È un tempo di grazia, nonostante  la durezza della prigionia. Dopo sei anni una voce profetica lo avverte che c’è una nave pronta per riportarlo in patria. Patrizio abbandona il suo padrone, raggiunge la nave e, dopo una serie di trattative, ottiene di essere imbarcato. Dopo una traversata di tre giorni, giunge in Bretagna; per ventotto giorni, insieme ai suoi compagni, cammina «in una landa deserta»; già nel corso di questo lungo cammino Patrizio evangelizza. Ma l’itinerario spirituale del santo è segnato dall'esperienza della tentazione. La Confessione non specifica di che cosa si tratta; parla semplicemente di «una violenta tentazione». Patrizio afferma che di essa si ricorderà «finché sarò in questo corpo». Dice ancora: «Cadde sopra di me come un grande macigno e nessuna delle mie membra era in grado di resistere… Credo che fui soccorso da Cristo, mio Signore, e che il suo Spirito gridava allora per me e spero che così sarà nel giorno della mia angoscia, come è scritto nel Vangelo: ‘in quel giorno’ attesta il Signore ‘non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro a parlare in voi».

Dopo tutte queste traversie, Patrizio ritorna a casa. Ma il Signore aveva un disegno su di lui. La sua vocazione gli è rivelata da un sogno, un sogno che richiama la visione notturna del macedone apparso a Paolo. Il santo stesso racconta: «Vidi una visione notturna, un uomo che sembrava venire dall'Irlanda, di nome Vittorico, con numerosissime lettere, e me ne diede una; lessi l’inizio della lettera, dove era scritto "Invocazione degli irlandesi" e mentre leggevo ad alta voce l’inizio della lettera mi sembrava di sentire, nello stesso momento, la voce di quelli che si trovavano presso la foresta di Vocluto che è vicino al mare occidentale, e così gridavano come a una sola voce: "Ti preghiamo, santo giovinetto, vieni ancora a vivere fra di noi"; io mi sentii profondamente trafiggere il cuore».

Giambattista Tiepolo, San Patrizio, vescovo d'Irlanda, 1746, Musei Civici di Padova.

Ma l’ora della missione non era ancora giunta. Vi furono anni di formazione al diaconato e al presbiterato e un viaggio in Gallia;  secondo gli agiografi irlandesi del VII secolo, Patrizio compì i suoi studi in questa terra, sotto la guida di Germano, vescovo di Auxerre e fu ordinato presbitero. Ma il suo sogno restava l’evangelizzazione dell’Irlanda. Viene proposta la sua candidatura per l’elezione episcopale, in vista del suo invio in Irlanda, ma si levano immediatamente obiezioni e diffidenze; lo si dichiara inadatto al ministero episcopale, da un lato per l’irregolarità dei suoi studi e la sua impreparazione a livello intellettuale, dall'altro lato per la pubblica manifestazione di un peccato che Patrizio aveva commesso in giovinezza e che in un momento di debolezza aveva rivelato a un suo amico.

Per tutta la vita Patrizio dovette difendersi dal rimprovero di ignoranza e di semplicità di spirito. «Da tempo pensavo di scrivere» confessa «ma finora ho esitato: temevo infatti di essere criticato dalle malelingue, perché non ho studiato come gli altri che si sono imbevuti ugualmente del diritto e delle sacre lettere e, dall’infanzia, non hanno mai cambiato lingua, ma anzi l’hanno sempre perfezionata. Io invece ho dovuto trasferire la nostra parlata in una lingua straniera… Alcuni hanno l’impressione che io mi metta in mostra con la mia ignoranza e la mia lingua balbuziente, ma in realtà sta scritto anche: "Le lingue balbuzienti impareranno rapidamente a parlare di pace"»

Patrizio non possedeva con scioltezza la lingua latina, lingua degli ecclesiastici e dei dotti; in Irlanda predicherà in gaelico, una lingua non molto diversa dal nativo britannico che egli aveva imparato durante gli anni di prigionia. Nel testo della Confessione sopra citato si paragona a Mosè che, nonostante la sua difficoltà a esprimersi, riceve dal Signore la missione di liberare il suo popolo. Patrizio stesso, come Mosè, manifesta obiezioni al Signore e solo gradualmente giunge a riconoscere che Dio lo chiama, una volta raggiunta la certezza interiore della chiamata di Dio nulla lo ferma, nulla lo fa desistere. In una data che non conosciamo, Patrizio fu consacrato vescovo d’Irlanda.

L’isola, a quel tempo, era suddivisa in regni tribali; occorreva il consenso del re di ogni singola regione per ottenere il permesso di predicare e per usufruire della protezione ufficiale durante i viaggi missionari. Patrizio otteneva il favore dei re e dei nobili tramite l’elargizione di doni. Fin dal IV secolo erano presenti sull'isola diverse comunità cristiane; nel 431 il diacono Palladio era stato consacrato vescovo per l’Irlanda da papa Celestino I ma, almeno secondo quanto attestano tradizioni tardiva, la sua missione era stata un fallimento: secondo alcune fonti sbarcò in Irlanda, operò alcune conversioni e se ne ripartì scoraggiato; secondo altre fu martirizzato; altre ancora affermano che in realtà non approdò mai in Irlanda. L’area della missione di Palladio, ad ogni modo, sembra si trovasse nella zona sudorientale dell’isola; Patrizio dovette operare piuttosto nelle regioni centro settentrionali, estendendo da lì la sua attività verso Ovest, nel luogo dove era stato prigioniero e dove vivevano in prevalenza pagani. Così attesta: «Dappertutto mi aggiravo in mezzo a molti pericoli, anche nelle zone più lontane al di là delle quali non vi era più nessuno e dove nessuno era venuto a battezzare, ordinare presbiteri o confermare il popolo». La conversione dei re era seguita normalmente dalla conversione dei loro sudditi; il santo ordinò presbiteri, introdusse la vita monastica, stabilì la sede episcopale ad Armagh. Il suo cammino conosce opposizioni e tribolazioni. Per due mesi fu fatto prigioniero, dovette subire offese e insulti, fu catturato una seconda volta e si salvò a stento dalla morte. Alcuni suoi discepoli, da poco battezzati, furono trucidati da un certo Corotico, capo tribù britannico; altri furono venduti come schiavi. Patrizio chiede la restituzione delle spoglie di cristiani uccisi, esorta Corotico alla penitenza e, nel caso che non si converta, chiede al clero britannico di scomunicarlo.

Patrizio morì in Irlanda intorno all’anno 461. Ci ha lasciato due scritti: la Confessione e la Lettera a Corotico: in essi traspare la figura di un uomo umile che confidò profondamente nella grazia di Dio. Ma soprattutto ci ha lasciato un’eredità di fede e di amore che continua a vivere ancora oggi nella Chiesa irlandese.

San Patrizio, Saint Patrick, Patricius, Maewin Succat, tanti nomi per un unica figura, iconica e carismatica, che deve la sua fama forse più alla leggenda che alla storia o alla religione. Emblema della cultura irlandese e da tempo immemore Patrono d’Irlanda nel mondo.

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