San Rocco e i suoi "compagni", i santi da invocare contro la pestilenza

«A peste, fame et bello libera nos, Domine», ovvero "Liberaci, Signore, dalla pestilenza, dalla fame e dalla guerra", così i nostri maggiori pregavano con le Rogazioni nel Medioevo e nei secoli a venire, fino a pochi decenni or sono, innalzando al Signore le loro suppliche allo scopo di essere risparmiati da questi terribili flagelli che dall'alba dei tempi accompagnano la vita dell’uomo.

La preghiera è sempre stata considerata dalla Chiesa come un’arma potentissima contro la diffusione del male, a patto ovviamente che si creda davvero e ci si rivolga al Signore con fede sincera. Anche in questi giorni difficili, segnati dalla diffusione di un virus sconosciuto e dal grande potere di contagio, si riscoprono le antiche devozioni dei padri, appartenenti forse "alla chiesa di una volta" ma attuali ora come non mai, invocando la protezione divina per essere risparmiati dal contagio o guariti dal morbo.

Ci si rivolge così soprattutto alla Beata Vergine, che non a caso nelle Litanie lauretane viene invocata come “Salus infirmorum”, salute degli infermi. Fin dai tempi antichi infatti la Chiesa ha esortato i fedeli a ricorrere a Lei per la salute del corpo e la salvezza dell'anima. Maria, madre di misericordia, non ha mai mancato di concedere la salute del corpo a coloro che la invocano con fede ardente e cuore contrito, come dimostrano i treni bianchi per Lourdes, gli innumerevoli pellegrinaggi ai santuari mariani, gli ex voto che adornano le pareti degli altari e delle basiliche a Lei dedicate in tutto il mondo. Sono infatti senza numero le persone che sperimentano e hanno sperimentato la materna bontà e l’infinita misericordia della Vergine.

Ma non ci si rivolge soltanto alla Vergine ma anche all'intercessione dei santi, specialmente a quelli che durante la loro vita terrena si sono dimostrati particolarmente attenti a un problema o una particolare emergenza o richiesta da parte del popolo. Alcuni di questi, come San Cristoforo, San Rocco e San Sebastiano, sono venerati e invocati come protettori nella nostra Parrocchia sin da tempi antichissimi: già nella seconda metà del Cinquecento sappiamo per esempio che nella nostra chiesa vi era un altare dedicato proprio ai Santi Cristoforo, Rocco e Sebastiano, protettori rispettivamente di guadi e ponti, viandanti e pellegrini e invocati contro la peste. Una devozione più recente ma molto sentita dalla pietà popolare è invece quella nei confronti di Santa Rita da Cascia, la cui festa viene celebrata il 22 maggio.

Rita, santa dei casi impossibili. – Cominciamo così proprio da Santa Rita, ancora veneratissima ai giorni nostri, che non a caso viene definita la santa dei casi impossibili. Non molti forse lo ricordano, ma la santa monaca umbra durante la sua vita curò i malati di peste nel lazzaretto di Roccaporena, frazione di Cascia, in provincia di Perugia, dopo aver perduto a causa del terribile morbo i suoi due unici figli. Nata a Roccaporena nel 1381, figlia unica, Margherita Lotti coltivava fin da giovane il desiderio di consacrarsi a Dio, ma fu destinata al matrimonio con un uomo violento. La pazienza e l'amore di Rita lo cambiarono, ma alla fine la sua vita fu spezzata nella violenza. Dopo aver perso anche i due figli, Rita, che convinse la famiglia del marito a non vendicarsi contro gli autori del delitto, decise di seguire il suo desiderio giovanile e fu così accolta nel monastero agostiniano di Santa Maria Maddalena in Cascia. Qui visse per i successivi quarant'anni anni nell'umiltà e nella carità, nella preghiera e nella penitenza. Negli ultimi quindici anni della sua vita, portò sulla fronte il segno della sua profonda unione con Gesù crocifisso. Morì il 22 maggio 1457. Beatificata da Urbano VIII nel 1627, venne canonizzata il 24 maggio 1900 da Leone XIII.

San Rocco, conforto degli appestati. – Originario di Montpellier, Rocco fu un pellegrino e taumaturgo francese. Oggetto di una profonda e antica venerazione popolare, Rocco è senza dubbio alcuno il santo più invocato, dal Medioevo in poi, come protettore dal terribile flagello della peste. Anche se con il passare dei secoli Rocco è divenuto uno dei santi più conosciuti nel continente europeo e oltreoceano, rimane tuttavia uno dei più misteriosi. Le fonti su di lui infatti sono poco precise e rese se possibile ancora più oscure dalla leggenda. Nato in Francia tra il 1345 e il 1350, Rocco era diretto in pellegrinaggio a Roma dopo aver donato tutti i suoi beni ai poveri, ma si sarebbe fermato ad Acquapendente, dedicandosi all'assistenza degli ammalati di peste e operando guarigioni miracolose che diffusero la sua fama. Anche il suo viaggio di ritorno in patria fu interrotto da un’epidemia di peste, in corso proprio a Piacenza. Rocco si fermò nella nostra zona per soccorrere la popolazione, ma mentre assisteva gli ammalati finì con l’essere a sua volta contagiato; per non mettere a rischio altre persone, si trascinò fino ad una grotta (tuttora esistente, trasformata in luogo di culto) secondo la tradizione in una zona che all'epoca era alla periferia di Sarmato, sulla via Francigena. Le antiche agiografie, a questo punto, narrano che un cane (che tanti artisti dipingeranno o scolpiranno al fianco del santo), durante la degenza di Rocco, provvide quotidianamente a portargli come alimento un pezzo di pane sottratto alla mensa del suo padrone, che era anche il signore del luogo. Sarebbe morto in prigione, dopo essere stato arrestato presso Angera da alcuni soldati perché sospettato di spionaggio.

San Sebastiano, le ferite delle frecce come bubboni. – San Sebastiano è un altro santo protettore particolarmente invocato contro la peste. Le notizie storiche disponibili su San Sebastiano sono assai scarse e frammentarie, ma da alcune cronache sappiamo che Sebastiano era un membro del corpo dei Pretoriani, le guardie al diretto servizio dell’imperatore di Roma, ed era cristiano dalla nascita. Grazie alla sua particolare condizione, Sebastiano poteva portare conforto ai cristiani che erano destinati al supplizio. A sua volta fu denunciato come cristiano e condannato al supplizio delle frecce, per aver tradito la fiducia dell’imperatore Diocleziano. Ne uscì vivo ma non illeso: dopo le cure, si ripresentò di fronte a Diocleziano per rimproverarlo aspramente delle persecuzioni da lui attuate contro i cristiani. A quel punto, fu nuovamente condannato: frustato a morte, venne gettato, ormai cadavere, nella Cloaca Massima. Le sue spoglie furono però ritrovate e deposte nelle catacombe della via Appia. Le ferite causate dalle frecce sono paragonate ai bubboni della peste: il santo si è salvato, perciò anche il popolo, rivolgendosi a lui, sperava a sua volta di salvarsi dalla peste. Ma c’è un altro legame tra le frecce e la peste: l’ira divina è paragonata alle frecce scagliate da un arco e, nel Medioevo, il diffondersi della peste fu visto come lo scatenarsi dell’ira di Dio.

San Cristoforo, colui che porta Cristo. – San Cristoforo, secondo una popolare leggenda assai diffusa nel Medioevo, fu colui che avrebbe portato sulle spalle un bambino, che si rivelò essere poi Gesù in persona, per consentirgli di attraversare un fiume impetuoso. Una volta giunto sull'altra sponda, il Signore gli profetizzò il martirio a breve scadenza. Dopo aver ricevuto il battesimo, Cristoforo si recò allora in Licia per predicare il Vangelo e proprio in questa terra subì il martirio, durante la crudele persecuzione dell'imperatore Decio. Anche San Cristoforo, come San Sebastiano, fu condannato al martirio delle frecce però le frecce non lo colpivano e tornavano indietro colpendo i suoi persecutori. Cristoforo, il cui nome significa letteralmente "colui che porta Cristo", fu tra i santi più venerati nel Medioevo; il suo culto fu diffuso soprattutto in Austria, in Dalmazia e in Spagna, mentre un gran numero di chiese e monasteri si costruirono in suo onore sia in Oriente che in Occidente. Come accennato, Cristoforo godeva speciale venerazione presso i pellegrini e proprio per questo sorsero in suo onore istituzioni e congregazioni aventi lo scopo di aiutare i viaggiatori che dovevano superare difficoltà naturali di vario genere, specie quelle connesse ai fiumi. 

Oltre ai santi già citati in precedenza, assai venerati e invocati contro la pestilenza sono anche San Michele Arcangelo e Sant’Antonio abate. Quest’ultimo, la cui festa viene ancora oggi celebrata nella nostra Parrocchia il 17 gennaio, viene considerato il fondatore del monachesimo cristiano. Nato a Coma, nel cuore dell'Egitto, intorno al 250, crebbe in una famiglia assai agiata ma a vent'anni abbandonò ogni cosa per vivere dapprima in una plaga deserta e poi sulle rive del Mar Rosso, dove condusse vita d'eremita per più di 80 anni: morì, infatti, ultracentenario nel 356. Già in vita accorrevano da lui, attratti dalla fama di santità, pellegrini e bisognosi di tutto l'Oriente. La sua vicenda è raccontata da un discepolo, sant'Atanasio, che contribuì a farne conoscere l'esempio in tutta la Chiesa. Per due volte lasciò il suo isolamento. La prima per confortare i cristiani di Alessandria perseguitati da Massimino Daia, mentre la seconda, su invito di Atanasio, per esortarli alla fedeltà verso il Concilio di Nicea. Nell'iconografia viene raffigurato spesso con un maialino, che forse indica il demonio piegato e vinto. Non è chiaro il rapporto tra Sant’Antonio Abate e la peste, ma anche lui viene invocato.

Tutti noi ne conosciamo ben tre (oltre a Michele, Gabriele e Raffaele), ma se leggiamo la Bibbia noteremo che il termine "arcangelo" viene attribuito soltanto al primo di questi e solo in seguito venne esteso anche agli altri due angeli. San Michele, il cui nome significa "chi come Dio?", viene considerato il capo supremo dell'esercito celeste e venerato come patrono della Chiesa universale, che lo ha considerato sempre di aiuto nella lotta contro le forze del male. Nella vita di papa Gregorio I, riportata dalla Leggenda aurea, si narra che nel 590, durante una tremenda pestilenza, al termine di una processione con il canto delle litanie per chiedere al Signore la fine del flagello che imperversava allora per le strade di Roma, Gregorio vide apparire sulla Mole Adriana, l'odierno Castel Sant'Angelo, proprio San Michele che deponeva la spada nel fodero, segno che le preghiere e le penitenze del popolo erano state ascoltate e che la terribile epidemia sarebbe cessata. Per commemorare l'episodio sul monumento fu eretta una statua raffigurante l'arcangelo. Ma il più celebre santuario italiano dedicato a San Michele, è quello in Puglia sul Monte Gargano, dove secondo la tradizione l'arcangelo apparve nuovamente durante la pestilenza del 1656 al vescovo di Monte Sant’Angelo (Puglia), rivelandogli che se le pietre del suo santuario fossero state devotamente usate, avrebbe liberato il paese dalla pestilenza. È ciò che puntualmente avvenne quando il vescovo fece utilizzare le pietre per scolpire una croce con le iniziali di San Michele.

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Parrocchia di Pontenure
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