Pontenure e le epidemie: il tifo petecchiale del 1817

Uno dei primi e più gravi problemi che la duchessa Maria Luigia si trovò ad affrontare in seguito al suo ingresso ufficiale nel Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, concessogli a titolo vitalizio dalle Grandi Potenze che il 18 giugno 1815 avevano sconfitto a Waterloo suo marito Napoleone Bonaparte, imperatore dei Francesi, fu la terribile epidemia di tifo petecchiale che nel 1817, dopo essersi diffusa per l’intera penisola, colpì anche le terre parmensi. La diffusione del bacillo del tifo (salmonella thyphi) venne favorita dalla mancanza di servizi igienici nelle abitazioni, dalla precaria situazione delle falde e dei pozzi d'acqua potabile, dalle filtrazioni degli scoli.

I provvedimenti adottati dal governo ducale furono immediati e abbastanza energici, almeno per quei tempi. Già il 22 febbraio 1817, nel tentativo di arrestare il progressivo dilagare dell'epidemia, il conte Douglas-Scotti, governatore di Piacenza, emanò un’ordinanza che vietava severamente la sepoltura dei cadaveri nelle chiese e ordinò la costruzione di un cimitero, posto al di fuori dei centri abitati, per la città e per le parrocchie situate fuori città che ne mancavano. Tra le altre importanti disposizioni assunte dal governo ducale vi fu inoltre l’emanazione di una serie di regolamenti per la cura e la profilassi del tifo (4 marzo 1817), nonché la nomina di Commissioni di Sanità e Soccorso che in ogni Comune del Ducato avrebbero dovuto sovraintendere alla sanità pubblica, assistendo i più bisognosi, distribuendo medicinali e operando la fondamentale separazione dei contagiati dai non infetti. Non bisogna infine dimenticare il personale intervento della Duchessa, sempre attenta ai bisogni della sua gente, che non esitò ad esporsi in prima persona visitando gli ospedali e i ricoveri, stanziando anche ingenti somme del suo patrimonio personale per aiutare i poveri e gli indigenti colpiti dal morbo.

Tuttavia, nonostante la buona volontà dimostrata da Maria Luigia e dal suo governo, ben presto le misure assunte si dimostrarono insufficienti ad arginare la trasmissione del contagio (solo nella città di Parma morirono circa cinquecento persone). I medici vestiti di tela cerata nera, con grandi baveri, venivano inviati nelle case per gli accertamenti e le disinfezioni. Essi potevano disporre l'isolamento degli ammalati, facendo mettere nelle camere di degenza «recipienti col fuoco con sopra dei pignatti con entro dell'Aceto con delle palle di Cinepro e altre erbe» e permettendo l'ingresso a una sola persona per l'assistenza dei malati; venivano anche fatte fumigazioni degli ambienti con sali di manganese. I cadaveri venivano portati via e seppelliti il giorno stesso, spesso senza esequie.

Come si apprende dal decimo volume del Registro dei defunti anche il nostro paese fu colpito da questa ondata epidemica. Diciamo subito che purtroppo non conosciamo il numero di coloro che si ammalarono e che le vittime non furono molte, nel complesso morirono appena sei persone, almeno secondo quanto si apprende dai registri, ma certamente l’avvento del tifo rappresentò una dura prova per la nostra popolazione reduce da tre anni consecutivi di carestia e duramente provata da lunghi anni di fame e miseria, senza dimenticare le numerose ruberie, saccheggi e violenze causate dagli eserciti belligeranti che negli anni precedenti avevano nuovamente trasformato l'Italia in un campo di battaglia.

Il 13 febbraio 1817 si registrò a Pontenure la prima vittima del tifo: Francesco Rossi, marito di Rosa Fedeli, che morì debilitato, all’incirca alla metà della notte, come se fosse stato colpito da un morbo repentino, «repentino morbus corruptos». Il cadavere dell'uomo, che aveva 45 anni, venne deposto «nel sepolcro di questa chiesa». Il 22 febbraio era la volta di Bartolomeo Rancati, di 58 anni, anche lui sepolto in chiesa, «in sepulcro virorum», ossia nel sepolcro degli uomini. Dopo qualche settimana, il 15 marzo, si spegneva sempre a causa del tifo, una donna, la ventottenne Rosanna Garilli. Come ci informa il suo atto di morte, compilato dal curato Giovanni Agosti, subito dopo le esequie fatte secondo il costume, il cadavere venne immediatamente tumulato nel cimitero, che allora sorgeva ancora di fronte alla chiesa, per ordine del Signor Pretore (ricordiamo che all’epoca il nostro paese era un centro importante dal punto di vista amministrativo, capoluogo di mandamento, sede di pretura, di un distaccamento di Dragoni ducali e del carcere mandamentale). Le medesime disposizioni circa i funerali e la sepoltura riguardarono anche le esequie delle ultime due vittime pontenuresi del tifo, l’anziana Liberata Sartori, di 82 anni, vedova di Giacomo Vezzi, morta il 16 aprile, e la diciannovenne Rodegonda Cerri, giovane moglie di Domenico Mondani. Tutti gli atti di morte ─ in seguito alla scomparsa dell’arciprete Benedetto Moris, scomparso a sua volta l’11 febbraio di quello stesso anno ─ sono firmati dal curato Agosti.

Una simile emergenza sanitaria fu ciò che persuase ognuno ─ compreso il clero, allora assai refrattario a rispettare le disposizioni dell’autorità civile ─ ad accogliere l’ormai inevitabile riforma delle sepolture, codificata qualche anno prima dalla legislazione napoleonica con il cosiddetto editto di Saint Cloud del 1804, ma già applicata in numerose zone dell’Italia settentrionale e in molte province dell’Emilia. Fu infatti proprio a partire dalla fine del marzo 1817 che anche a Pontenure sembra iniziare con costanza la pratica di tumulare i defunti non più in chiesa ma nel cimitero, che verrà proprio in quegli anni rifatto e spostato al di fuori del paese, nella zona settentrionale dell'odierno parco Raggio, nelle vicinanze della stazione ferroviaria, utilizzando a tale scopo un campo di proprietà dell’Arcipretura. Una curiosità a riguardo: risale al marzo 1818 l’assunzione di Carlo Ferri, il primo becchino di Pontenure a noi noto ─ non sappiamo se stipendiato dal Comune o dalla Parrocchia ─ definito vespillonem o bacchino nelle scarne note lasciate sui registri parrocchiali.

Di seguito abbiamo riprodotto le scansioni delle pagine del decimo tomo del Libro dei defunti, tuttora conservato presso il nostro Archivio parrocchiale, in cui sono state evidenziate graficamente le annotazioni dei decessi causati dal tifo e l'atto di morte dell'arciprete Benedetto Moris.

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