San Giuda Taddeo, l'apostolo "degli impossibili"

Spesso l’omonimia può essere un problema serio, soprattutto se si condivide lo stesso nome di un noto traditore. Lo sa bene San Giuda, apostolo e forse cugino di Gesù, che per secoli ha rischiato di essere confuso con il più noto Giuda Iscariota, il "figlio della perdizione", apostolo anche lui, che come ben sappiamo consegnò il Maestro alle guardie con un bacio nell’orto del Getsemani. Quello che festeggiamo oggi, mercoledì 28 ottobre, è San Giuda detto Taddeo, cioè "dal petto largo", che vuol dire poi "magnanimo", "generoso", ma, secondo altre versioni, anche Lebbeo, che significa invece "coraggioso". Il nome Giuda, prima che l'infelice traditore lo rendesse odioso, era uno dei più belli e diffusi tra il popolo ebraico. Era stato portato da Giuda Maccabeo, il grande eroe della rivolta giudaica contro Antioco IV Epifane, ma soprattutto da uno dei figli di Giacobbe, l'unico degli undici che si oppose all'uccisione di Giuseppe, e proprio da quel Giuda sarebbe discesa una delle dodici Tribù di Israele, dalla quale sarebbe poi fiorito, a Betlemme, terra di Giuda, il virgulto del Messia.

San Giuda appare quasi solo di sfuggita nei quattro Vangeli. Più ricche, invece, le fonti apocrife: sarebbe stato, secondo una certa tradizione riferita da Eusebio di Cesarea, lo sposo delle nozze di Cana, testimone oculare quindi del primo miracolo pubblico di Gesù in cui trasformò l’acqua in vino quando quest’ultima venne a finire nel banchetto nuziale. Negli elenchi degli apostoli dei Vangeli sinottici Giuda viene chiamato Taddeo (Matteo 10,2-4 e Marco 3,16-19), mentre viene detto Giuda di Giacomo nel Vangelo di Luca (6,14-16) e negli Atti degli Apostoli (1,13). Un'antica tradizione ha visto Giuda Taddeo come fratello di Giacomo il minore, ritenendo entrambi figli di Alfeo, a sua volta fratello di San Giuseppe e di Maria di Cleofa, una delle "tre Marie" che i Vangeli descrivono come presenti sotto la croce.

L'evangelista Giovanni lo chiama semplicemente Giuda "non l’Iscariota", ma lo descrive come ascoltatore attento e partecipe alle parole del Maestro in un frangente particolarmente delicato. Durante l’Ultima Cena, infatti, alcuni apostoli (Simon Pietro, Tommaso, Filippo) rivolgono delle domande a Gesù, il quale, preannunciando loro la sua ormai prossima Passione, si esprime talvolta in modo un po’ sibillino. A questo punto, secondo Giovanni, anche Giuda "non l'Iscariota" si fa coraggio e domanda a sua volta al Maestro: «Signore, che cosa è avvenuto, che tu debba manifestarti a noi e non al mondo?». E Gesù gli risponde: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio l'amerà e verremo a lui, e faremo una cosa sola». Questa domanda è l'unica sua frase tramandataci dai Vangeli, ma da essa da traspare il grande amore che Giuda nutriva per la Parola del Signore, tanto che vorrebbe fosse conosciuta in tutto il mondo. L'amore di Dio unisce infatti tutti gli uomini, mentre l'amore di sé stessi, quello che sperimenta in quelle stesse ore l'altro Giuda, l'Iscariota, divide e allontana l'uomo dalla salvezza.

Quando dopo l'Ascensione e la Pentecoste gli apostoli lasciarono Gerusalemme per annunciare il Regno di Dio in altre terre, anche Giuda Taddeo, invaso dallo Spirito Santo, partì a predicare dapprima nella Galilea e nella Samaria, per spingersi poi nel corso degli anni verso la Siria, l’Armenia e l’antica Persia. Qui, secondo una popolare leggenda riferita da San Fortunato di Poitiers, sembra che Giuda abbia incontrato un altro apostolo, Simone lo Zelota, insieme al quale iniziò ad evangelizzare quel grande paese; nonostante la continua ostilità dei sacerdoti pagani, nel giro di quindici mesi i due apostoli battezzarono in Babilonia circa 60.000 uomini, senza contare le donne e i fanciulli, e in tredici anni percorsero tutte le dodici province della Persia. Giunti nella città di Suanir, nella Colchide, essi presero alloggio presso un loro discepolo, chiamato Semme; la mattina seguente al loro arrivo, i sa­cerdoti idolatri di quella città, seguiti da una grande mol­titudine di popolo aizzato da due maghi, certi Zaroes e Arfaxat, circondarono la casa di Semme reclamando a gran voce la consegna dei due apostoli:  «Consegnaci, o Semme, all'istante i nemici dei nostri dèi, altrimenti ti bruceremo la casa!».

All'udire queste parole minacciose che non ammettevano re­plica, San Giuda e il suo compagno si consegnarono liberamente nelle mani di quei forsennati che li obbligarono inutilmente ad adorare le loro false divinità. Quando venne ordinato loro di sacrificare nel Tempio del Sole alla dea Diana, al sole e alla luna, i due apostoli risposero che i due astri erano solamente creature del Dio che essi annunziavano e cacciarono dagli idoli i demoni che vi soggiornavano. Fra ululati e orrende bestemmie, se ne scapparono due figure nere e terrificanti; allora i sacerdoti e il popolo in tumulto si precipitarono su di loro per ucciderli a furia di sassate e colpi di mazza. Per questo l'arte sacra mette spesso in mano all'apostolo Giuda una pesante mazza o una lancia insieme alla palma, attributi del suo martirio.

Prima di morire, San Giuda ebbe ancora la forza di dire, rivolto al compagno di martirio: «Fratello, io vedo il Signore Nostro Gesù Cristo che ci chiama a sé». Mentre le anime dei due martiri godevano ormai della gioia della Patria eterna per la quale non avevano esitato a sacrificare la propria vita, il cielo della città veniva squarciato da terribili fol­gori, il tempio raso al suolo ed i due sacerdoti Zaroes ed Arfaxat, autori dello scempio, fulmi­nati dalla giustizia divina. Narra ancora la leggenda che i corpi dei due santi vennero custoditi in Babilonia in un sontuoso tempio fatto costruire, in tre anni di lavoro, da un re di quelle terre; quel sepolcro divenne ben presto famoso per il gran numero di mi­racoli che vi avvenivano. Da  Babilonia le reliquie vennero successivamente tra­sportate a Roma e deposte nella basilica Vaticana ai piedi di un altare dedicato ai due santi martiri, al centro dell'abside del transetto sinistro, dove sono conservate ancora oggi. Al pari di altri apostoli, come Filippo e Giacomo il Minore, Pietro e Paolo, da tempo antichissimo la Chiesa cattolica celebra la festa di Giuda Taddeo e Simone nel medesimo giorno, il 28 ottobre, accomunati per sempre dal cruento martirio nella venerazione popolare.

Anche se durante il Medioevo fu scarsamente venerato perché confuso, a torto, col traditore, San Giuda viene invocato per antichissima tradizione come patrocinatore dei casi disperati e grande taumaturgo, oltreché come patrono della purezza. Già prima del Mille l'apostolo ebbe un grande devoto nell’imperatore Carlo Magno, che ottenne dal papa di trasportare temporaneamente le spoglie del Santo a Tolosa, in Francia, nella chiesa di San Saturnino, celebre per lo stile architettonico e l’antichità. Anche parecchi Santi furono particolarmente devoti di San Giuda: San Bernardo di Chiaravalle, per esempio, portava sempre con sé una reliquia di San Giuda quando viaggiava e volle essere sepolto con essa sul cuore, Santa Geltrude lo onorava ogni giorno con particolari preghiere e ne diffondeva la devozione, come fece anche Santa Brigida di Svezia, alla quale Gesù apparve in un momento di gravissima necessità e dolore in cui ella lo pregava ardentemente. Durante questa visione il Signore disse a Brigida di chiedere l'intercessione proprio di San Giuda Taddeo, perché questi era particolarmente potente contro il demonio e prodigo di grazie anche nelle situazioni più disperate. Santa Brigida fece come le era stato consigliato dal Signore e ottenne sollievo grazie alla intercessione di San Giuda, rendendo a sua volta più conosciuta la sua funzione di speciale patrono dei casi così disperati da sembrare quasi impossibili.

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