Il santo del mese – Santa Francesca Romana

Il santo del mese - Santa Francesca Romana

Religiosa - (09 Marzo)

di Anna Maria Canopi, testo tratto dalla collana I Santi nella Storia

Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi...”. In ogni tempo nella Chiesa ci sono persone che, toccate da queste parole di Gesù, mettono tutta la loro vita a servizio dei poveri, esprimendo con i fatti quello che nella Chiesa si può chiamare “genio della carità”.

Santa Francesca Romana appartiene a tale gloriosa schiera. Ella ci ha lasciato un messaggio e una testimonianza di straordinario valore e la sua figura – purtroppo non molto nota – merita di essere additata a modello. Per farci un’idea di quello che la nostra santa fece, relativamente alla possibilità del suo tempo, dobbiamo pensare a Madre Teresa di Calcutta, al suo infaticabile chinarsi sugli ultimi, a quel suo “fare tutto per Gesù” o, meglio, quel suo essere tutta per Gesù e quindi per tutti quelli come lui.

Con Francesca Romana veniamo a trovarci nel cuore di una grande città, agli albori del Rinascimento. Nacque infatti a Roma nel 1384. La sua vita si svolse durante gli anni travagliati dello scisma d’Occidente e delle ripetute occupazioni di Ladislao d’Angiò; anni di grandi disordini civili con pesanti conseguenze anche sulla vita morale e spirituale. Conobbe gli orrori della guerra, vide l’imperversare di una grave carestia e il dilagare di una epidemia di peste. Questi fatti influirono non poco sull’orientamento della sua esistenza. Appartenente a una nobile e ricca famiglia, ricevette una buona educazione umana e cristiana, in particolare da parte della madre, Iacobella Roffredeschi. Con lei – si legge in un’antica biografia – fin da bambina partecipò assiduamente alla messa nella basilica di Santa Maria Nova retta dai padri benedettini olivetani, di cui ascoltò attentamente la predicazione, impegnandosi il più possibile a imparare a memoria l’insegnamento catechetico e la Parola del Signore. Pur crescendo in un ambiente con le caratteristiche proprie dell’alta società, Francesca ebbe così modo di respirare, quasi senza accorgersene, la spiritualità monastica; e fu proprio questa a configurarla interiormente. Ben presto, infatti, le esigenze dello spirito, unite a particolari grazie mistiche di cui godrà per tutta l’esistenza, si fecero sentire con insistenza e ella volentieri acconsentì alle mozioni interiori.

Come già Caterina da Siena, anche Francesca si dedicò con passione alla preghiera e si sottopose a un’ascesi molto austera. Era suo segreto desiderio consacrarsi totalmente a Dio nella vita monastica, ma dovette cedere all’irriducibile opposizione del padre che l’aveva promessa sposa al patrizio Lorenzo Ponziani. Francesca, pur con il cuore affranto, dopo aver chiesto consiglio al suo padre spirituale, abbracciò lo stato matrimoniale come espressione della volontà di Dio, rinunziando alla volontà propria. Aveva solo dodici anni. “Inserita nella nobile famiglia dei Ponziani, ella comprese che il Signore l’aveva voluta nello stato coniugale per affidarle, quale sposa e madre e ‘governatrice’ in quel nobile casato, la missione di essere ‘segno’ incarnato e vivente della sua bontà, non solo nei confronti dei familiari, ma di tanti fratelli, specialmente dei più poveri e bisognosi”. Nella nuova condizione di vita, per l’esemplarità della sua condotta e la sua affabilità si conquistò il rispetto, la benevolenza e l’affetto di tutti. Iniziava così la sua opera apostolica. In casa – si legge nelle biografie – anche il personale di servizio si recava alla preghiera comune… Pur giovanissima, Francesca si rivelò dotata di una straordinaria capacità organizzativa, tanto da diventare nella famiglia un vero punto di riferimento; e la sua azione ben presto si irradiò anche al di fuori delle mura domestiche.

Dolce e forte ad un tempo, sapiente nelle cose dello spirito, saggia nelle questioni pratiche, veniva ricercata come consigliera e come guida. Là dove si rendeva presente creava comunione; ella era infatti dotata di una forte sensibilità e coscienza ecclesiale. Giustamente la sua vita è stata definita una “pagina di storia sacra”. Ma proprio in quanto tale dovette essere un’esistenza segnata da molte prove. Come sposa vide il marito catturato e costretto all’esilio ad opera del re Ladislao; come madre conobbe la sofferenza per la morte prematura di due dei suoi tre figli; come “governatrice” assistette impotente al saccheggio della sua casa. Ma ancor più che per le proprie tribolazioni, il suo cuore veniva ferito dallo squallido spettacolo di una città in cui, mentre i poveri e i malati erano del tutto privi di assistenza materiale e spirituale, i cittadini di opposte fazioni lottavano tra di loro, dominati da sentimenti di aspro rancore e di vendetta.  Davanti agli occhi di Francesca si apriva un immenso campo di apostolato.

Con lo sguardo di Gesù buon Pastore, ella vedeva le folle smarrite e ne provava compassione. Coinvolgendo allora un gruppetto di amiche diede inizio a un’opera caritativa ben organizzata: visite ai bisognosi, trasporto dei malati in ospedale. Non pensava però soltanto alla salute del corpo, al sollievo fisico; anzitutto le stava a cuore la salute dell’anima. Per questo si preoccupava di garantire anche l’assistenza spirituale per mezzo di sacerdoti da lei stessa coinvolti e sostenuti economicamente. Francesca diventò così “madre  spirituale” di molti poveri e malati. Parendole poco curare gli infermi dove li trovava, per quanto poteva, li accoglieva nella propria casa; andava a cercarli nei loro tuguri, negli ospedali, ovunque. Visitandoli, portava con sé ogni mezzo idoneo a dare loro sollievo; fasciava le loro ferite, anche le più ripugnanti, prendeva i loro panni sporchi per riconsegnarli lavati, cuciti, ben piegati e profumati, “come se dovessero servire al Signore stesso”, secondo Maria Maddalena di Anguillara, superiora delle oblate di Tor de’ Specchi che ne scrisse la biografia. Francesca per trent’anni si prodigò in questo servizio, ingegnandosi a preparare decotti, impiastri di erbe, unguenti, senza mai desistere dal fare il bene, senza mai stancarsi di “aggiungere ancora qualcosa”, quel qualcosa che sentiva sempre mancante alle grandi necessità dei bisognosi che affollavano Roma. E non poche volte fu il Signore stesso ad “aggiungere quel che mancava” concedendo alla sua serva fedele il dono dei miracoli. Anche quando imperversavano malattie ritenute mortali e contagiose, “la santa, disprezzando ogni paura di contagio, non dubitò di mostrare la sua pietà verso i miseri”, e contrasse ella stessa la peste, uscendone  miracolosamente salva.

Ignara di sé e “bramosa di servire il Signore”, si dava agli altri con tale amabilità che “chiunque avesse avuto modo di trattare con lei si sentiva all’istante preso da amore e da stima per la sua persona e diveniva docile ad ogni suo volere”, rimaneva cioè persuaso nel fare il bene, veniva stimolato a cambiare vita, aprendosi al perdono offerto dalla divina misericordia nel sacramento della riconciliazione. Con la sua parola ricca di grazia, Francesca “calmava gli inquieti, acquietava gli adirati, riconciliava i nemici, spegneva vecchi odi e rancori e spessissimo impediva vendette già meditate e preparate”. Il segreto di tale fecondità consisteva nella sua eroica penitenza. Infatti, tutta la vita di Francesca non fu altro che seguire le orme di colui che, per obbedienza, offrì se stesso per la salvezza degli uomini: Gesù Cristo. Di lui sta scritto: Oblatus est, quia ipse voluit; “offerto”: è questa la parola che spiega anche tutto l’agire di Francesca Romana, il suo farsi povera, il suo prodigarsi senza misura.

Questo suo “volto interiore” prese forma visibile nella Chiesa quando, nella festa dell’Assunta del 1425, tutti i membri del gruppo caritativo, collaudato ormai da anni di servizio, si offrirono come oblate secolari per il monastero di Santa Maria Nova. Il 25 marzo 1433 esse cominciarono a vivere insieme in una casa presso il Campidoglio, Tor de’ Specchi: nasceva così la Congregazione delle Oblate Regolari di Maria posta sotto la Regola di san Benedetto. Dedicandosi all’apostolato diretto nel mondo, le religiose dovranno caratterizzarsi per lo spirito di preghiera e di dedizione assoluta nel compiere il bene: “Vi riconoscerò come vere figlie” dirà loro la fondatrice “quando vi potrò riconoscere in uno stato di oblazione totale, di olocausto a Dio”. Francesca, dai suoi stessi concittadini insignita del titolo di “Romana”, è un esempio bellissimo della bontà di Cristo, della sua compassione, di quello zelo buono – sintesi della Regola benedettina – che rende veramente forte e dolce la fraternità. È modello di quella carità amorevole che la Chiesa – e in essa ogni cristiano – deve esercitare verso tutta l’umanità, camminando in questo mondo con la sollecitudine di portare tutti al regno dei Cieli. Morì il 9 marzo 1440 e fu canonizzata da Paolo V nel 1608.

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