Venerdì 2 Aprile, le celebrazioni nel giorno della Passione del Signore

Venerdì 2 Aprile, le celebrazioni nel giorno della Passione del Signore

"Croce fedele, nobile albero, unico tra tutti! Nessun bosco ne offre uno simile per fiore, fogliame, germoglio. Dolce legno, dolce palo, che porti un dolce peso" (Dall'inno Crux fidelis)

Il Venerdì Santo è il giorno della Croce. Quella di Cristo ma anche la nostra personale, che continuiamo a crocifiggerLo ogni giorno con i nostri peccati, vanità, egoismi, debolezze. È questo un giorno speciale che la Chiesa, per tradizione antichissima, destina alla preghiera, al digiuno, alla penitenza del cuore, per concentrarsi e meditare sul mistero della Passione di Cristo, morto di croce come un malfattore e gloriosamente risorto per la nostra salvezza.

I riti di questo giorno così particolare, sempre sentito dal cuore dei fedeli, si sono aperti nel pomeriggio di ieri, venerdì 2 aprile, quando la nostra comunità si è radunata in chiesa per celebrare la Passione e la Morte del Signore. Non si è trattato di una vera messa, ma piuttosto della liturgia della Croce, di quella croce che rappresenta il luogo e il fondamento del dono eucaristico, perché da essa, dal costato stesso del Signore crocifisso, sono sgorgate sangue e acqua, a rappresentare i sacramenti del battesimo e dell'Eucarestia. La chiesa si presentava spoglia, l'altare senza tovaglia, niente fiori ad adornare il presbiterio, la porta del tabernacolo aperta. Niente inni e niente canti ad accompagnare la celebrazione ma raccoglimento devoto e partecipe. A dominare è stato il silenzio: il silenzio dell'angoscia, il silenzio del dolore, il silenzio della solitudine, il silenzio dell'abbandono, un silenzio che abbiamo imparato a conoscere assai bene in questi mesi difficili segnati dalla pandemia del Covid e da tutte le grandi e piccole crisi che questa malattia ha portato con sé, sconvolgendo le nostre vite e la nostra quotidianità, ma offrendoci anche un'occasione per tornare alle radici, recuperare l'essenziale, ristabilire la nostra relazione con Dio, aprire il cuore all'altro e alle sue necessità.

La liturgia è stata altamente suggestiva: la prostrazione iniziale davanti alla Croce, coperta da un drappo rosso, il colore della Passione; la lettura del quarto canto del profeta Isaia che presenta il servo sofferente, una figura che anticipa e annuncia il Cristo, e poi quella del Passio, nella versione dell'evangelista Giovanni, che ci ha fatto ripercorrere le ultime ore terrene del Signore, fino a quel "sepolcro nuovo scavato nella roccia" che sarà muto testimone del Mistero più grande e mirabile. E ancora la preghiera universale per le necessità della Chiesa e del mondo, con la quale siamo stati invitati a meditare sul carattere universale della salvezza ottenuta dalla morte di Cristo in croce; lo svelamento e l'adorazione della Croce, ovviamente restando fermi al proprio posto, assorti nella preghiera intima e personale; la Santa Comunione col pane consacrato nella messa nella Cena del Signore, la messa del giorno prima perché, come dicevamo, in questo giorno di dolore la Chiesa non celebra il santo sacrificio: è Cristo il vero Agnello che si è immolato per la salvezza degli uomini.

La giornata del Venerdì Santo è continuata nel dolore e nella sofferenza, richiamandosi al tragico vissuto del Cristo; dopo le ultime campane del Gloria del Giovedì Santo, profezia della resurrezione, i fedeli sono chiamati a confrontarsi con la morte. Il lutto è momento del pianto, del turbamento, della tempesta che preannuncia il sereno: infatti, proprio nell’atmosfera composta, ma addolorata, che anticipa la Pasqua si scopre la sua essenza e si rigenera il suo valore. In questo senso ripercorrere le stazioni della Via Crucis significa meditare la Passione e al tempo stesso la vita. Il Signore, spogliatosi della divinità e vestitosi di umanità, non risparmia al Cristo la morte, anzi condensa nel suo calvario le domande di senso congenite all’uomo.

La comunità si è riunita in piazza Re Amato poco dopo il tramonto, assistendo alla lenta discesa della notte e parimenti al cammino del Cristo verso la morte. Oltre gli incontri che preparano l’addio e oltre le ripetute cadute che rivelano debolezza e contemporaneamente devozione, regna l’oscurità con la sua incredibile capacità di scuotere l’animo. Se infatti la Via Crucis instilla la paura della morte, la dolorosa esperienza del Cristo sottende l’invito a "non avere paura", come sovente ci ha ricordato Giovanni Paolo II durante il suo pontificato. La notte, mettendo a rischio le nostre sicurezze e facendo vacillare quanto di superfluo vi è in noi, obbliga a guardare l’essenziale oltre il sovraccarico esistenziale e alla molteplicità disorientante. Don Mauro, commentando il rito, ha voluto insistere proprio sulla necessità di riconoscere quelle "false sicurezze che non sono vita": proprio durante la notte, davanti alla morte, si è privati di ogni certezza, ma la fede riaccende la speranza e indica la via verso una vita nuova e finalmente vera.

Di fronte alla complessità regnante nel contemporaneo, la via della croce diventa via di spoliazione dalle cose inutili, al fine di riconsiderare il valore della nostra vita e dell’altro. Don Mauro ha dunque pregato i presenti di "riconoscersi figli dello stesso padre per guardarsi come fratelli" dopo essersi interrogati sul valore della fede e sulla sua incontrovertibile centralità. La cerimonia della Via Crucis emana un invito a mettersi in dubbio, a rivalutare le proprie priorità, a porsi nuovamente le domande di senso, a scoprire il fine della nostra vita.

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