Il santo del mese – San Luigi IX

Il santo del mese - San Luigi IX

Re di Francia e confessore - (25 Agosto)

testo di Franco Cardini, tratto dalla collana Enciclopedia dei santi

Luigi nacque il 25 aprile 1215 a Poissy, dove ricevette anche il battesimo, da Luigi VIII re di Francia (1187-1226) e dalla regina Bianca di Castiglia, donna di grandi virtù religiose che trasmise al figlio sin dalla prima infanzia. Venne incoronato re appena raggiunti i 19 anni, nel 1234, dopo otto anni di reg­genza della madre. In quello stesso anno sposò Margherita di Provenza, dalla quale avrebbe avuto undici figli. Gli anni della reggenza materna erano stati fondamentali nel consolidamento della monarchia: gra­zie anche all'appoggio dei papi Onorio III e poi Gregorio IX, erano state battute le aspirazioni indipendentistiche della feudalità bretone e di quella dell'Ile-de-France, mentre l'ormai pluridecennale duello con il re d'Inghil­terra Enrico III si era volto in progressivo vantaggio della corona di Fran­cia. Infine, con il trattato di Parigi del 1229, le terre di Linguadoca, sconvol­te dalla "crociata degli albigesi", si erano collegate strettamente con il regno attraverso la sottomissione del marchese Raimondo VII. Luigi sarebbe ri­masto sempre riconoscente alla madre per quei lunghi anni di forte e sag­gio governo; e anche in seguito, essa sarebbe costantemente comparsa pub­blicamente al suo fianco fino alla morte, nel 1253.

Guidato da maestri dotati di pietà e di scienza, Luigi arrivò alla giovinezza così serio e dedito ai suoi doveri, così pio e virtuoso, che pareva immune da ogni passione. Semplice e modesto, curava di conciliarsi il rispetto del popolo non tanto con il fasto esteriore, quanto con le opere buone e con un buon governo. Per riempirsi la mente e il cuore di massi­ me sante e di elevati sentimenti egli leggeva continuamen­te la sacra Scrittura e le opere dei santi Padri e ne consigliava la lettura anche ai suoi collaboratori.

Nei suoi primi anni di governo personale, tut­tavia, la riottosa feudalità francese non era del tutto domata, anche perché Enrico III d'Inghilterra soffiava sul fuoco della ribel­lione. Luigi dovette affrontare il più temi­bile tra i suoi vassalli inquieti, il conte de la Marche, attraverso il quale Enrico III manteneva forte la sua influenza sull'o­vest della Francia: la vittoria di Taillebourg e la successiva pa­ce di Bordeaux, nel 1242, gli garantirono il controllo della Saintonge. Intanto, egli dovette affrontare altri problemi, derivanti  dal  generalizzato  malumore dell'aristocrazia contro le pretese della curia romana e dello stesso alto clero francese a proposito dei diritti della Chiesa, sovente giurisdizionalmente e finanziariamente gravosi per loro.

Luigi si comportò generalmente con misura, in genere favorendo il papato: d'altro canto non appoggiò il pontefice nella sua lotta con­tro l'imperatore Federico II, declinò nel 1240 l'offerta fattagli da papa Gregorio IX della corona imperiale per suo fratello Roberto d'Artois e mantenne con il sovrano di casa sveva corretti e amiche­ voli rapporti.

Nel 1244, il re fu sorpreso da una fortissima febbre, così violenta che si te­mette per la sua vita; in quello stesso anno le ripercussioni nel Vicino Oriente delle conquiste mongole avevano condotto a una nuova occupazione di Gerusalemme da parte dei musulmani, che aveva spezzato l'equilibrio stabilito in Terrasanta dai patti tra l'imperatore Federico II e il sultano d'Egitto al-Malik al­ Kamil. In seguito a quegli eventi, la città santa era tornata sotto il dominio del sultano del Cairo. Luigi pose la sua inspiegabile malattia e il dramma di Gerusalemme in stret­ta connessione e fece voto che, se fosse guarito, sarebbe partito per una nuova crociata.

Sbarcato in Egitto, presso la città di Damietta, attaccò i musulmani e li vin­se nella battaglia di Mansura: ma, iniziata la marcia verso l'interno, una ter­ribile pestilenza decimò l'esercito crociato e colpì lo stesso sovrano. Assalito nuovamente dagli infedeli, egli venne facilmente sconfitto e fatto prigionie­ro. Ma, mentre era nelle mani del sultano, assisté al colpo di stato attraverso il quale l'aristocrazia degli schiavi-guerrieri che aveva il controllo militare dell'Egitto (i "mamelucchi") rovesciò il potere tenuto dalla famiglia dei di­ scendenti del Saladino (gli ayyubiti) e s'impadronì del trono.

Venuto a patti con il vincitore, Luigi poté riacquistare la libertà sull'impe­gno d'onore di pagare un pesantissimo riscatto, liberare gran parte dei suoi seguaci, soccorrere i feriti e proseguire come pellegrino per la Terrasanta. Qui mise mano a opere di cristiana e regale pietà che però dovette inter­rompere per far ritorno in Francia, nel 1252. Intanto, nel suo regno, erano accaduti gravissimi eventi: la cosiddetta "crociata dei pastorelli" che, nel 1251, aveva messo in crisi parte del paese e che sarebbe stata seguita, nel 1253, dalla morte della regina madre.

Rientrato in Francia e pagato il riscatto ai nuovi padroni dell'Egitto, Luigi si occupò del riordinamento del regno, che governò con giustizia e con pie­tà cristiana. Ma il problema principale restava quello del rapporto con il re d'Inghilterra, vassallo del re di Francia per un'ampia quantità di vasti terri­tori francesi. Le trattative tra i due sovrani, interrotte da continui episodi bellici, si aprirono di nuovo nel 1253 e durarono cinque anni per con­cludersi nel 1258 con la pace di Parigi, che dette luogo a una complessa ridefinizione dei rapporti vassallatici: su di essa ancora continua la discussione tra gli storici. Alcuni accusano Luigi di aver concesso troppo a Enrico, altri sostengono che se egli avesse continuato la guerra contro il rivale quella di secoli dopo, la Guer­ra dei Cento Anni, sarebbe stata evitata. Ma quel che con evidenza premeva a Luigi era stabilire una più coerente continuità di controllo sul territorio francese e indurre intanto l'interlocutore a ri­nunziare ai suoi diritti feudali su al­cuni grandi principati, come il ducato di Guienna.

In seguito all'accordo del 1258, i rap­porti tra i due sovrani migliorarono e si mantennero buoni per lunghi decenni. Chiamato in cambio a far da mediatore tra Enrico III e i suoi vassalli d'Inghil­terra, Luigi si pronunziò a favore del primo con il "lodo" di Amiens del 1264, che praticamente aboliva almeno in parte i vantaggi riconosciuti alla nobiltà  inglese sulla Corona dalla Magna Charta in poi. Intanto, con il trattato di Corbeil anch'esso del 1258, egli aveva ottenuto anche dal re d'A­ragona la rinunzia alle nu­merose pretese di sovrani­tà feudale su alcuni territo­ri della Linguadoca. I due trattati coevi, di Parigi e di Corbeil, sono tappe fonda­ mentali nella costruzione dell'unità territoriale e in prospettiva "nazionale" del Regno di Francia: in que­sto senso, Luigi IX viene considerato dalla storiogra­fia francese come uno dei fondatori della nazione, al quale si sarebbero anche in seguito costantemente ispi­rati monarchi quali Fran­cesco I, Enrico IV, Luigi XIV e lo stesso Napoleone.

Sulla stessa linea nazionali­sta si è mossa la Pramma­tica Sanzione del marzo 1269 che proteggeva il cle­ro francese contro le ecces­sive pretese giuridiche e finanziarie della Santa Sede: nonostante i suoi tradizionali ottimi rapporti con il papa, il re di Francia teneva tuttavia a non consentire che poteri territoriali e risorse finanziarie venissero drenati dal territorio francese a vantaggio del centralismo romano. Ciò fece di lui, in prospettiva storica, un antesignano di quelle istanze di tipo "gallicano" (fa­vorevoli cioè a una qualche indipendenza della Chiesa di Francia rispetto alla Santa Sede) che sarebbero riaffiorate più volte nel corso della storia francese e sarebbero state fatte proprie da sovrani come Filippo IV, Carlo VII, Luigi XI, Luigi XIV e, ancora una volta, Napoleone.

L'appoggio di Luigi IX al papato fu pertanto tutt'altro che costante e incon­dizionato. Anche in occasione della crisi del Regno di Sicilia, il re di Francia fu piuttosto reticente nell'appoggiare il pontefice contro Manfredi di Sve­via: e, se permise alfine che suo fratello Carlo I d'Angiò accogliesse l'offer­ta della corona sicula fattagli dal papa nel 1263, ciò fu soltanto perché egli continuava a pensare a una futura crociata e riteneva che la Sicilia sarebbe stata a tale riguardo un'importante base militare. Era alla crociata che egli pensava quindi costantemente e la stava preparando con cura, come dimostra la sua fondazione del nuovo porto di Aigues-Mortes,  alla foce del Rodano, che sarebbe dovuto servire alla partenza delle navi per la santa impresa.

Conduceva frattanto una vita esemplare fatta di preghiera,  digiuno e penitenza. Grandi meriti ebbe anche nell'organizzazione della burocrazia regia e nell'insediamento della corte a Parigi, negli edifici del Palazzo di Giustizia, attorno alla Sainte-Chapelle da lui fatta erigere per ospitare le reliquie della Passione che egli aveva acquistato dall'imperatore "latino" di Costantinopoli.

A Parigi fondò, ancora, grandi ospizi per i poveri e gli ammalati e il collegio universitario che, dal nome del suo cancelliere, fu chiamato "la Sorbonne". Non è comunque storicamente legittimo descriverlo come un grande legislatore: la raccolta di documenti giuridici nota come Etablissenzents de saint Louis è in realtà poste­riore di qualche anno alla sua morte. La sua saggezza di governo e la sua pietas religiosa sono entrambe documentate da un sobrio e commovente scritto, gli Enseignements, ch'egli dedicò al figlio Filip­po e alla figlia Isabella.

Era quindi ben conscio del lavoro fatto quando, nel 1270, de­cise di partire per una nuova crociata resa a suo avviso necessaria dal fatto che i sovrani mamelucchi d'Egitto sta­ vano cancellando una per una le ultime piazzeforti fran­che sul litorale siro-libano-palestinese. Egli si lasciò tuttavia convincere dal fratello Carlo I d'Angiò, ormai divenuto re di Sicilia, che, ai fini del successo della crociata, era necessario il fermo controllo del Canale di Sicilia: a tale fine bisognava conquistare la città di Tunisi.

Ma, durante l'assedio di essa, una nuova epidemia colpì l'e­sercito e lo stesso re, prossimo alla morte, chiese i sacramen­ti. Si fece poi adagiare sopra un letto coperto di cenere e, le braccia incrociate sul petto, spirò dicendo: "Entrerò nella tua casa, o Signore, ti adorerò nel tuo tempio santo e glorificherò il tuo nome". Era il 25 agosto del 1270. Furono immediatamente avviate le necessarie inchieste preliminari alla sua canonizzazione , che si protrassero dal 1273 al 1297 dando luogo a un imponente dossier. Luigi IX fu proclamato santo in Orvieto, nell'anno 1297 , da papa Bonifacio VIII.

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