Venerdì Santo, adorando la Croce, celebrando la Passione

Venerdì Santo, adorando la Croce, celebrando la Passione

"Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?"

Nel primo pomeriggio di oggi, venerdì 15 aprile, un discreto numero di fedeli si è raccolto in chiesa per la solenne celebrazione della Passione del Signore, nel giorno in cui tutti i Cristiani sono chiamati a partecipare alle sofferenze del Salvatore con la penitenza e il digiuno. Non si è trattato di una vera e propria messa, per antichissima consuetudine la Chiesa fino al tramonto del Sabato Santo non celebra l’Eucarestia, ma piuttosto della liturgia dell’adorazione della Croce, di quella croce che rappresenta il fondamento del dono eucaristico, perché da essa, dal costato stesso di Cristo, sono sgorgati sangue e acqua, segni del Battesimo e dell'Eucarestia, i sacramenti della vita nuova.

Spoglia di fiori e di arredi la chiesa, spente le candele, senza tovaglia l’altare, aperta la porticina del tabernacolo: segni esteriori, forse, ma tutto è come sospeso in questo giorno di lutto e di dolore, che attanaglia il cuore. Niente inni e niente canti ad accompagnare la funzione, neppure le campane suonano e non lo faranno fino a quando, nella grande notte di Pasqua, non daranno con gioia l’annuncio della Resurrezione. Tutto è avvolto nel silenzio, come sulla brulla cima del Calvario, un silenzio che stride con il giubilo che aveva accompagnato l’ingresso del Messia a Gerusalemme soltanto cinque giorni prima!

Ma non è questo un giorno in cui abbandonarsi allo sconforto, alla disperazione e all’angoscia: il Signore che ha patito per noi la pena degli schiavi non è prigioniero di un sepolcro, ma è già il Signore glorioso, il Risorto, che ha strappato la preda all’inferno, realizzando il piano di salvezza preparato dal Padre. Nonostante la denuncia per un atto così ingiusto e malvagio come l'uccisione di Gesù, anche noi, suoi discepoli, siamo chiamati a un rito ricco di speranza e animato dalla contemplazione di un sacrificio compiuto per puro amore. A dispetto della crudeltà e della poca fede degli uomini, anche infatti, in questo giorno, anche in questo giorno, non si celebra una sconfitta ma un trionfo, un trionfo che certo passa per la sconfitta, una gloria che passa per la sofferenza, un riscatto che passa per la morte, ma che alla fine si risolve in una vittoria definitiva, senza appello, sul demonio, una vittoria che libera l’uomo dal giogo del peccato e della morte, che gli spalanca di nuovo le porte del Cielo.

La liturgia è stata altamente suggestiva: la prostrazione iniziale davanti alla Croce, coperta da un drappo rosso, il colore della Passione; la lettura del quarto canto del profeta Isaia che presenta il servo sofferente, una figura che anticipa e annuncia il Cristo, e poi quella del Passio, nella versione dell'evangelista Giovanni, che ci ha fatto ripercorrere le ultime ore terrene del Signore, fino a quel "sepolcro nuovo scavato nella roccia" che sarà muto testimone del Mistero più grande e mirabile, quello della Salvezza. E ancora la preghiera universale per le necessità della Chiesa, del mondo e di tutti noi, attraverso la quale siamo invitati a meditare sul carattere universale della salvezza ottenuta dalla morte di Cristo in croce; lo svelamento e l'adorazione della Croce, ovviamente restando tutti fermi al proprio posto, assorti nella preghiera intima e personale; la Santa Comunione col pane consacrato nella messa nella Cena del Signore, la messa del giorno prima perché, come dicevamo, in questo giorno di lutto la Chiesa non celebra il Santo sacrificio. È lo stesso Cristo infatti il vero Agnello, un Agnello non scelto dal gregge ma inviato dal Cielo, che si è offerto in sacrificio per molti, che si è immolato per la salvezza degli uomini. E la Croce è il nuovo altare, dove l’Agnello offre ogni domenica liberamente e spontaneamente la propria vita per la Redenzione del mondo, allora come oggi avvolto dalla tenebra del male.

Mentre la Croce, vessillo glorioso e trono regale, troneggia sopra le nostre teste come un trofeo di vittoria al centro della navata, a noi è concesso soltanto di contemplarla come Maria e Giovanni sulla cima del Calvario, facendoci umili e pentiti dinanzi alla mirabile opera della Redenzione. Ognuno, in cuor suo, avrà forse chiesto ciò che domandò prima di morire il ladrone penitente: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».

Luca T.


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