Da Francesco a Leone: due Papi per una sola Chiesa
di Redazione Sito ·
di Tielle – 03 Settembre 2025
“Habemus papam”: Leone XIV. Un altro papa che proviene dal continente americano, non dall’America Latina questa volta, ma dall’America del Nord e tuttavia con la più significativa esperienza pastorale proprio in America Latina e più precisamente in Perù, come missionario e vescovo della diocesi di Chiclayo. Francesco e Leone, entrambi discendenti da emigrati italiani e appartenenti a ordini religiosi (gesuita il primo, agostiniano Leone) caratterizzati da una forte preparazione teologico-culturale. Entrambi impegnati a condividere i disagi, i problemi, le contraddizioni dei più poveri: quelli di una grande città come Buenos Aires e quelli di una comunità più piccola e remota come la provincia di Chiclayo.
Affinità, ma anche differenze, come è inevitabile che sia, che si sono potute cogliere fin dall’inizio del nuovo pontificato, a partire dal nome e dal primo saluto davanti a piazza San Pietro. Bergoglio volle per la prima volta il nome di Francesco, a indicare la scelta di uno stile di vita semplice ed essenziale, tipica del poverello di Assisi, testimoniata subito dall’apparire con la sola veste talare bianca e con un crocefisso non dorato; un richiamo, quello a san Francesco, che lo abbiamo ritrovato poi nel corso del suo pontificato, nel suo spendersi per la pace dialogando con il mondo, e nelle due encicliche più famose, “Laudato sì” e “Fratelli tutti”, a indicare lo stretto legame fra uomo-natura in una fratellanza davvero universale che superi i conflitti e le disuguaglianze, nel rispetto reciproco non solo tra gli uomini, ma tra tutti gli esseri viventi del pianeta.
Prevost ha scelto invece il nome di Leone, rifacendosi a Leone Magno che nel 452 fermò l’invasione degli Unni guidati da Attila, ponendo fine almeno temporaneamente alle loro distruzioni davvero brutali (“Attila, flagello di Dio” si studiava in passato); ma soprattutto (per sua stessa ammissione) a Leone XIII, autore nel 1891, dell’enciclica sociale “Rerum novarum” nella quale aveva affrontato i problemi della nascente Rivoluzione Industriale, mentre oggi siamo alle prese con la Rivoluzione digitale che ha come sua massima espressione l’avvento dell’Intelligenza Artificiale che sconvolgerà non solo il sistema produttivo ed economico, ma pure le dinamiche sociali, politiche, economiche e non solo in tutto il mondo. Nel suo primo saluto poi papa Leone XIV si è presentato con i classici paramenti liturgici propri di un pontefice, dove prevale il colore rosso, per sottolineare il significato simbolico del ministero papale esercitato come un servizio totale nella fedeltà a Cristo e alla Chiesa fino al sacrificio estremo, sull’esempio dei martiri e di San Pietro, in nome della Fede, il dono di sé fino all’effusione del sangue, della vita stessa.
Se dunque papa Francesco in qualche modo ha privilegiato la virtù della Carità e quindi la dimensione orizzontale del Cristianesimo, papa Leone (come già un altro grande pontefice, Benedetto XVI) sembra voler richiamare la virtù della Fede e quindi la dimensione verticale del Cristianesimo, senza la quale la stessa Carità viene come svuotata della relazione con Dio e con la Trascendenza. Se a papa Francesco possiamo associare l’immagine di Gesù buon pastore che ha a cuore le pecore smarrite e quindi i diseredati, i lontani, i poveri, i peccatori per ascoltarli e accoglierli, a papa Leone (per ora) possiamo associare le immagini del Cristo Pantocrator. Da una parte Gesù che rivela l’umanità di Dio, dall’altra Cristo che ci rivela la divinità del Padre
Sono le due facce della stessa medaglia, tanto che noi spesso usiamo l’espressione “Gesù Cristo”, ma in questi primi mesi di pontificato sembra che papa Leone voglia richiamarci alla figura di Cristo, tanto è vero che nella sua prima messa davanti ai cardinali che lo avevano appena eletto, tra le altre cose dice: ”Anche oggi non mancano i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico e ciò non solo tra i credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto”.
Insomma, per papa Leone XIV il mondo attuale ha bisogno di ritornare con forza e urgenza a credere in Dio recuperando la dimensione dello Spirito e quindi della preghiera, della contemplazione, dell’adorazione. Riscoprire Cristo, mettere al centro Cristo, essere uniti in Cristo, tornare al fondamento della fede, questa è l’“urgenza” evidenziata più volte dal pontefice che, ispirandosi a Sant’Agostino, esorta ad ascoltare la proposta evangelica, a crescere nell’amore, ad essere fermi nella fede e aperti nella carità. Assai diversa invece era stata la formazione di papa Francesco, ispirata alla figura di Sant’Ignazio, definito il “soldato di Cristo” e quindi di una Chiesa più militante e meno contemplante, più incline a lenire le sofferenze di un’umanità sempre più sperduta nel cupo nichilismo dei giorni presenti.
Naturalmente stiamo parlando non di differenze profonde ma piuttosto di sottolineature, perché il Cristianesimo si fonda sempre sulla compresenza di Fede e Carità, per cui non basta dire “Signore Signore” per avere la vita eterna, cioè non basta proclamare la Fede, ma occorre poi sempre metterla in pratica.
Infine, un ultimo forse azzardato paragone: se papa Francesco ci ha richiamato la figura di papa Giovanni XXIII, il papa dal volto umano e promotore del Concilio Vaticano II, per una nuova Chiesa aperta al mondo (“in uscita”, amava dire Francesco), papa Leone XIV potrebbe essere un nuovo Paolo VI, continuatore e attuatore di quel processo di rinnovamento morale e pastorale iniziato da Papa Francesco, con un forte contributo anche intellettuale oltre che spirituale. Certo è che lo Spirito Santo continuerà a guidare la Chiesa non finendo mai di sorprenderci, come sorprendente è stata per tutti l’elezione di Leone XIV.
