Solennità di Cristo Re dell’Universo: la regalità del Dono
di Redazione Sito ·
di Elletì – 24 Novembre 2025
A coronamento e termine dell’anno liturgico, il cammino annuale con cui – attraverso lo scorrere dei giorni e delle stagioni – la Chiesa ci invita a meditare sui misteri della salvezza, abbiamo celebrato ieri, domenica 23 novembre, la grande e solenne festività di Cristo Gesù Re dell’Universo. Questa solennità, istituita da papa Pio XI nel 1925 e ricollocata nel calendario liturgico rinnovato dal Concilio Vaticano II come culmine dell’anno liturgico, ci offre l’opportunità di contemplare il significato autentico e profondo della regalità di Cristo.
Il Vangelo di quest’anno, quello di Luca (Lc 23,35-43), ci invita in particolare a rivolgere lo sguardo alla Croce, che è il trono singolare e inatteso dal quale il Signore, morto per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo intero, ha deciso di regnare e attraverso cui si compie pienamente l’opera salvifica voluta da Dio Padre prima del tempo, prima ancora della creazione del mondo. La croce diventa così non un segno di sconfitta, ma il luogo per eccellenza dove si rivela la vera natura del Regno di Dio.
È un grande e sconcertante paradosso quello che ci viene presentato dal Vangelo, in quello che è forse il punto più basso, più umiliante e più drammatico della vicenda terrena di Gesù: la sua condanna ad una morte infame e vergognosa, di quelle riservate soltanto agli schiavi, ai ribelli e ai malfattori più spregevoli; il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro; il disconoscimento e la fuga degli altri discepoli; il disprezzo e la derisione della gente che pure pochi giorni prima lo aveva acclamato come un sovrano; l’agonia estenuante e solitaria; la morte senza conforto umano su di un brullo colle fuori dalle mura della città santa.
Eppure, ed è qui che risiede il cuore del mistero cristiano, è proprio da qui, da questo apparente fallimento totale, da questo momento di estrema debolezza e abbandono, che la Chiesa ci invita con insistenza a contemplare la regalità vera, autentica ed eterna di Cristo. Non una regalità secondo i criteri del mondo, ma secondo i criteri di Dio.
Un ritorno al Venerdì Santo, viene naturale pensare non senza stupore, ma non certamente per chiudere l’anno liturgico nella sconfitta, nella tristezza o nel ricordo amaro di una morte violenta: è dalla croce che Cristo regna con autorità assoluta, è nel mistero pasquale – passione, morte e risurrezione – che si manifesta pienamente e senza ambiguità la sua identità profonda di Re universale e di Signore della storia. In nessun altro vi è salvezza, non c’è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale possiamo essere salvati, che in questo Re crocifisso apparentemente come un comune malfattore, come un ladrone qualunque.
La liturgia ci ricorda con forza che la regalità di Cristo non si separa mai dal suo essere Servo sofferente, annunciato dai profeti. Il Re è colui che si è fatto ultimo tra gli ultimi, che ha lavato i piedi ai suoi discepoli, che ha scelto la via dell’abbassamento e dell’umiliazione per innalzare l’umanità caduta.
Non ha troni maestosi, né castelli fortificati né eserciti potenti, Colui che solo qualche giorno prima era entrato trionfalmente a Gerusalemme come un conquistatore acclamato dalle folle, come un sovrano dei tempi antichi che torna vittorioso dalle battaglie, seduto umilmente a cavallo di un puledro figlio d’asina, in compimento delle antiche profezie messianiche. Il trono di Gesù non è d’oro massiccio e intarsiato di gemme preziose, non è collocato in un palazzo regale, ma è fatto di ruvido legno, il legno grezzo e infame della croce. Il suo manto regale, invece di essere di porpora finissima e ricamata, è una tunica semplice che viene tirata a sorte dai soldati romani ai piedi della croce, come bottino di guerra. La sua corona non è altro che un casco doloroso di spine intrecciate crudelmente, imposto sul suo capo per scherno e derisione. Lo scettro che dovrebbe simboleggiare il suo potere è una fragile canna messa nelle sue mani per una beffa quasi da taverna.
Gesù è Re non perché esercita dominio sugli altri, non perché comanda eserciti o governa territori, ma perché dona la vita liberamente e volontariamente, ed è così che redime noi e tutta la creazione ferita dal peccato, per ricondurre al Padre, in un movimento di riconciliazione universale, tutto quello che era stato fatto per lui, per mezzo di lui e in vista di lui. La sua regalità si manifesta nella gratuità assoluta del dono.
Non si impone con la forza delle armi questo Re mite e umile di cuore, non con la violenza o la sopraffazione, ma con la mitezza disarmante e con la mansuetudine che conquista i cuori. Non impone autoritariamente la sua volontà come fanno i sovrani di questo mondo, ma si dona totalmente, senza riserve, fino all’ultima goccia di sangue, fino all’ultimo respiro, per la salvezza altrui, per la redenzione di tutti gli uomini.
Non è dominato dalla volontà di potenza, dal desiderio di dominare gli altri o di asservirli, ma unicamente dalla volontà ardente di salvarli, di redimirli dal peccato e dalla morte, di trasformarli radicalmente, di farli partecipi in pienezza della sua vita divina e del suo regno beato ed eterno. È questa la promessa consolante e misericordiosa fatta al ladrone pentito sulla croce, quello che il Vangelo di Luca lascia volutamente senza nome ma che ben rappresenta ciascuno di noi nella nostra condizione di peccatori bisognosi di misericordia.
Il giusto per eccellenza, l’innocente che non ha commesso alcun peccato, che non ha fatto assolutamente nulla di male, che non ha proferito menzogna con la sua bocca, è proprio colui che introduce “nel paradiso”, oggi stesso, l’umanità peccatrice che sa riconoscerlo, che sa accoglierlo con fede anche nel momento più buio, che sa gridare a lui con sincerità: “Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”.
La sua morte in croce, che sembrava la fine di ogni speranza, e la sua risurrezione gloriosa il terzo giorno, che è la vittoria definitiva sulla morte e sul peccato, inaugurano concretamente e storicamente il Regno di Dio che viene a noi, che irrompe nella storia, non come un regno politico o territoriale, ma come una realtà spirituale che trasforma dal di dentro, ogni giorno della nostra vita quotidiana, ogni istante della nostra esistenza.
Riconoscere Cristo come Re significa quindi accogliere la logica paradossale del Vangelo: la logica del servizio anziché del dominio, della donazione invece che del possesso, dell’amore gratuito piuttosto che del calcolo interessato. Significa lasciare che Lui regni nei nostri cuori, nelle nostre scelte, nelle nostre relazioni, portando ovunque il suo stile di vita, quella regalità mite e umile che trasforma il mondo non con la violenza ma con la forza inarrestabile dell’amore.
La solennità di Cristo Re ci invita dunque a rinnovare la nostra professione di fede in questo Re crocifisso e risorto, a riconoscere la sua sovranità sulla nostra vita personale e su tutta la storia umana, e a impegnarci a costruire il suo Regno di giustizia, di amore e di pace, nell’attesa della sua venuta gloriosa, quando consegnerà il Regno al Padre e Dio sarà tutto in tutti.
