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Il presbiterio della nostra Chiesa

Una suggestiva veduta dell'attuale presbiterio.

Una galleria con alcune immagini del vecchio altare settecentesco, acquistato nel 1939 dall'allora arciprete monsignor Cardinali. Attualmente questo altare ospita il tabernacolo dove è riposto il  Santissimo Sacramento.


Alcuni dettagli del presbiterio: il nuovo altare della mensa, un masso di marmo rosa del Portogallo recante scolpito un particolare della moltiplicazione dei pani e dei pesci del Murillo, l'ambone, opera dello scultore Paolo Perotti, e la sede del celebrante.


Alcune suggestive viste storiche del presbiterio della nostra Chiesa.


Dalla relazione compilata in seguito alla visita apostolica compiuta il 24 agosto 1579 secondo le disposizioni del Concilio di Trento da monsignor Giovambattista Castelli, vescovo di Rimini, apprendiamo che a quel tempo l'altare maggiore della nostra chiesa era «in pietra integra», mentre il fornice, ossia l'arco, «che copre l'altare presenta antiche pitture che necessitano di restauro».

L'altare maggiore, che è stato più volte rifatto e sostituito nel corso dei secoli, originariamente era collocato in posizione assai più avanzata rispetto all'attuale, verso la crociera del transetto. Grazie ad alcuni documenti conservati presso l'archivio parrocchiale possiamo affermare che nel 1794 fu acquistato un nuovo altare dall'arciprete Benedetto Moris, al termine dei grandi lavori di rifacimento della chiesa effettuati nella seconda metà del Settecento dall'economo Giovanni Serafino Inzani. Il 5 ottobre 1878 quest'altare venne consacrato dal Beato Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza, che vi racchiuse le reliquie dei santi apostoli Pietro, Paolo ed Andrea e dei santi martiri Antonino e Giustina, patroni e protettori di Piacenza. Dopo pochi decenni, quest'ultimo altare venne a sua volta rimosso e sostituito con l'altare tutt'ora esistente che al giorno d'oggi viene utilizzato per ospitare il tabernacolo dove si ripone il Santissimo Sacramento, acquistato nel 1939 dall'allora arciprete monsignor Giuseppe Cardinali.

 

Si tratta di un altare risalente al XVIII secolo, in stile barocco; per tipologia si ricollega ad analoghi esemplari presenti in alcune chiese di Piacenza, come quelli eseguiti da Marco Aurelio Dosi per San Paolo o San Raimondo, e mostra i caratteri di una manifattura settecentesca dal gusto permeato di una forte policromia decorativa. L’altare si eleva su due gradini di marmo nero; la mensa eucaristica è sorretta lateralmente da due mensole a voluta in marmo rosso di Verona, mentre al centro vi sono due supporti a forma di colonna entro i quali è inserito il tabernacolo. Sotto la mensa è presente un bassorilievo in marmo bianco raffigurante Cristo che consegna le chiavi a San Pietro, opera probabilmente successiva.

I lavori effettuati da monsignor Silvio Losini, arciprete di Pontenure dal 1952 al 1977, comportarono nel 1969 l'abbassamento del pavimento del presbiterio di 15 centimetri: in quest'occasione vennero alla luce una dozzina di sepolture di sacerdoti e nell'abside si trovò il fondamento di un antico altare. I lavori comportarono inoltre la chiusura dell'arco che conteneva l'antico organo, acquistato nel 1833, che fu smontato e venduto, la rimozione della cantoria lignea, l'abbassamento di 60 centimetri del quadro raffigurante il patrono San Pietro. Inoltre, l'altare maggiore acquistato da monsignor Cardinali fu collocato nel 1972 sul fondo della parete dell'abside, sopraelevato di tre gradini rispetto al presbiterio e da allora viene utilizzato per ospitare il tabernacolo per la riposizione del Santissimo Sacramento. Al suo posto, secondo le nuove disposizioni emanate in seguito al Concilio Vaticano II, venne collocata una mensa del sacrificio posta verso il popolo, opera ricavata in un masso di marmo rosa di Portogallo. Ecco come monsignor Losini descrive sul numero di aprile dell'anno 1973 della rivista parrocchiale "La Torre" la conclusione dei lavori effettuati in quegli anni che cambiarono radicalmente il volto del presbiterio della nostra chiesa:

«I lavori per la sistemazione dello spazio liturgico sono finalmente terminati. Abbiamo tolti i due altari del transetto; abbiamo tolto la balaustra e arretrati i gradini del presbiterio per lasciare più spazio ai fedeli; abbiamo abbassato le cappelle laterali, portandole al livello dell’aula; abbiamo rimosso l’altare maggiore verso il fondo del presbiterio, sopraelevandolo di altri tre gradini, perché fosse subito visibile a chi entrava in chiesa, il luogo dove si custodisce il Santissimo Sacramento. I numerosi gradini del presbiterio sono in marmo rosa alpina, mentre il pavimento a rombo è in marmo rosa alpina e grigio.

Il lavoro è stato completato recentemente con l’altare del sacrificio. Su un masso di marmo rosa del Portogallo posa la pesante mensa in rosa alpina. Sul masso, sagomato in stile leggermente moderno, è scolpito in rilievo un particolare della moltiplicazione dei pani e dei pesci del Murillo: Pietro e il fratello Andrea presentano a Gesù un bambino che offre il suo cestello con i pani e i pesci. Nell’altra parte è inciso l’emblema del Circolo di San Pietro in Roma: è il monogramma di Cristo che reca alla base della lettera P la croce di San Pietro. L’ammontare della spesa per detto lavoro è stata di L. 3.877.000, e precisamente: marmista, smontaggio e posa in opera del primo altare, gradini e pavimento, lucidatura L. 820.00; muratore, manodopera e materiali L. 1.500.000; Tinteggiatura L.370.000; Elettricista L. 30.000; Falegname L. 117.000; marmista, nuovo altare e posa in opera L. 1.050.000».

La solenne cerimonia di consacrazione del nuovo altare avvenne domenica 19 marzo 1973 per mano di monsignor Artemio Prati, vescovo di Carpi, nostro eminente concittadino. Nell’altare sono state racchiuse reliquie dei santi martiri Marcellino e Secondo. A riguardo riportiamo un breve brano tratto dal medesimo numero della rivista "La Torre", articolo firmato dal maestro Amato Parenti:

«Nuova forse era per molti la prima cerimonia; da tempo non si vedeva un rito consacratorio perciò c’era molta curiosità, ma anche attesa per rendersi conto dell’importanza che la Chiesa ammette all’altare, cioè al luogo dove giornalmente viene celebrata la messa; quindi attraverso i simboli e le speciali benedizioni si voleva cogliere la parte preminente del linguaggio liturgico. Il sacro rito è iniziato con la purificazione dello stesso altare mediante l’invocazione dei santi, una triplice benedizione e l’aspersione con l’acqua benedetta; il Celebrante ha poi pregato il Signore «che su questa materia preparata dal lavoro dell’uomo, dove si compirà il sacrificio spirituale, scenda la ricchezza della benedizione santificante». Successivamente il Vescovo ha ricevuto le reliquie dei santi martiri Marcellino e Secondo, invocandoli come patroni e deponendoli nel sepolcreto posto al centro dell’altare e nello stesso tempo ha aggiunto e murata una pergamena con questa dicitura: «Il 19 Marzo 1973 Io Artemio Prati, vescovo di Carpi, ho consacrato questo altare in onore di San Pietro e vi ho incluso le reliquie dei santi martiri Marcellino e Secondo».

L’ultima parte della funzione ha riguardato la consacrazione vera e propria: sulla pietra è stato tracciato cinque volte il segno della croce con il sacro crisma; quindi è stato pure incensato affinché «chiunque su questo altare offrirà o riceverà i doni consacrati, possa trovarvi soccorso per la vita presente ed ottenga il perdono dei peccati e la grazia della redenzione eterna». Un altro momento altrettanto suggestivo è avvenuto quando Monsignor Prati ha formato con dei grani di incenso cinque croci sull’altare, e dopo aver tracciato altrettante croci col crisma, vi ha aggiunto delle sottili candele e le ha accese affinché l’incenso bruci contemporaneamente onde «Dio rispondendo alla preghiera santifichi questo altare che consacriamo per l’eccelso sacrificio». La funzione terminava con una preghiera di invocazione e di propiziazione relativa alle finalità dell’altare stesso».

Il nuovo presbiterio risulta perciò assai più corto del presbiterio originale, costruito verso la fine del XVIII secolo, che non è andato del tutto perduto, ma è in parte ancora conservato dietro l'attuale parete. Questo spazio, che conserva tutt'ora tracce della primitiva decorazione, è oggi utilizzato per contenere l'impianto di riscaldamento. Sulle pareti ai lati del presbiterio, dominato dal grande quadro settecentesco raffigurante il patrono San Pietro Apostolo, opera del pittore piacentino Marco Aurelio Dosi, come si apprende da un documento del 1717 conservato presso l'archivio parrocchiale, si notano due tempere risalenti al 1930 del pittore Umberto Giunti, aventi per tema due episodi particolarmente significativi della vita di San Pietro, “La vocazione di Pietro” e “La consegna delle chiavi”. Entrambe le pitture sono state ripristinate dal decoratore Angelo Cappelli e dal restauratore Alfonso Setti nei primi anni Novanta del secolo scorso.

L'ambone ligneo è opera dello scultore Paolo Perotti e reca scolpiti gli Apostoli Pietro e Paolo, San Giovanni Battista e San Massimiliano Kolbe. Prima dei gradini che conducono all'altare del tabernacolo, un'artistica pedana, opera e dono di Luigi Dotti, conferisce il giusto risalto alla sede del celebrante, luogo che esprime nel presbiterio la funzione di chi presiede la celebrazione liturgica. Si tratta di un'opera a intarsio eseguita utilizzando legni pregiati e ottone applicati con antiche tecniche per ottenere un disegno armonioso ed elegante. Le sedie in legno di noce con sedile rivestito di seta damascata rossa fanno parte di un lascito effettuato dalla famiglia Raggio nei primi decenni del XX secolo. Il loro stile, che mescola citazioni floreali e di stile impero, collega questi pezzi al gusto tipico dei primi due decenni del Novecento.

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