Pontenure e le epidemie: la peste del 1630

La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia. (Alessandro Manzoni, I promessi sposi)

Dalla peste bubbonica non rimase naturalmente indenne neppure la nostra Parrocchia che il 22 luglio 1630 ebbe a registrare il primo caso di morte «per contaggio», come veniva definito il morbo nelle laconiche annotazioni lasciate sui registri parrocchiali. Questa prima vittima pontenurese fu la giovane Maddalena, figlia di Antonio Maria Acerbi, subito sepolta quello stesso giorno all'interno della nostra chiesa, «nella sepoltura presso la porta». Un'annotazione marginale, apposta in seguito a questa pagina del secondo tomo del Libro dei morti, segnala al lettore: «Qui comincia il sospetto di contagio». Dopo questa nota seguono infatti quasi una quarantina di pagine fitte di date e di nomi che si rincorrono, di persone dalle età e dalle condizioni sociali più varie, le cui esistenze furono tutte interrotte dalla terribile moria di quei mesi. 

In pochi giorni la famiglia Acerbi, alla quale apparteneva la prima vittima, venne praticamente distrutta: il 26 luglio morì di «parto e di sospetto mal contagioso» la madre di Maddalena, Margherita; il 29 lo stesso capofamiglia, Antonio Maria, figlio di Giulio; il 5 agosto Lucrezia, moglie di Bartolomeo; il 7 fu poi la volta di Giulio, di appena un anno, che precedette nella tomba il padre Bartolomeo, di 34 anni, che si spense il giorno seguente. Altri ne seguirono del medesimo nucleo familiare nei mesi successivi: tutti furono sepolti in un campo di proprietà della famiglia, che fu benedetto per ordine del vescovo Alessandro Scappi.

A tante altre famiglie pontenuresi toccò nei mesi successivi la medesima sorte: Giovanni Giacomo Mariotti, di anni 60, moriva il 13 agosto, lo stesso giorno moriva la nuora Angela di 25 anni, due giorni dopo moriva lo sposo di quest'ultima, Antonio, di 36 anni. Il 17 agosto morivano Giovanna e il suo figliolo Giacomo Mairani, di dieci anni; le sorelle Francesca e Maria Bergamaschi, rispettivamente di 6 e 7 anni, morivano il 29 agosto; il 16 settembre morivano invece altre tre sorelle: Antonia Rizzi di 28 anni, Domenichina di 8, Maddalena di 18; il 21 settembre le sorelle Maria e Caterina Sacchi; il 26 settembre Marcello Lunini di 45 anni e suo figlio Antonio Maria di 16; il 29 settembre Caterina di 30 anni e suo figlio Antonio Michele; il 29 ottobre Orazio e Barbara, sua figlia. A colpire in modo particolare, come si può notare scorrendo il registro, sono i tantissimi nomi di ragazzi e giovinette che si susseguono in questa macabra contabilità: Lucrezia Tinelli di 8 anni; Franca Fagnoni di 12 anni; Angelica Mazzocchi di 13 anni; Giulio Mondani di 16 anni e suo fratello Franco; Domenica Blotta di 15 anni; Franca Mazzoni di 7 anni; Isabella di 9 anni, e tanti altri, davvero troppi.

La furia del contagio andò sempre crescendo: in poco tempo non ci fu quasi più casa che non fosse stata toccata dal morbo, mentre la mortalità giornaliera raggiungeva anche le otto persone, come avvenne il giorno 11 settembre. E ciascuno veniva sepolto nei suoi campi, «nei suoi filagni, senza onor d’esequie, senza canto, senza accompagnamento». Quasi sempre la sepoltura era immediata e i morti venivano sepolti il giorno stesso della morte o al massimo entro il giorno successivo. Inizialmente, almeno fino alla metà del mese di agosto, i morti continuarono ad essere sepolti presso il cimitero o addirittura all'interno della chiesa stessa, nelle sepolture «presso il pergamo», dei Baderna, dei Raneri, dei Cavagni. L'11 agosto venne presa la decisione di destinare un luogo «alla Nure», lungo il torrente Nure, per la sepoltura degli appestati, che fu benedetto per ordine del vescovo Alessandro Scappi. La prima ad esservi sepolta fu Margherita Pasquali, di anni 34, che come si apprende dall'atto di morte, morì proprio l'11 agosto e fu sepolta «nel loco deputato et benedeto dietro la Nure». Da quel momento la maggioranza delle vittime vennero sepolte in quel luogo, ma continuarono con regolarità anche le sepolture presso il cimitero posto allora di fronte alla chiesa, dove probabilmente venivano deposti i cadaveri di coloro che non erano morti a causa del morbo.

Dal 29 agosto cambia pure la mano che provvede pietosamente a compilare il registro dei Morti: le annotazioni divengono sempre più scarne ed essenziali e non sempre si indica l'età del defunto. Scorrendo il registro, notiamo ad esempio che Antonio Bordi e i suoi figli Giovanni e Angela morirono tra il 2 e il 10 ottobre e furono sepolti «alla Nure». Non si conosce la data precisa dello sepoltura, non gli anni dei morti, tanto l’insistere e l’imperversare del morbo avevano inselvatichiti gli animi e fatto dimenticare ogni cura di pietà, ogni riguardo sociale. Dal 2 al 6 settembre a Valconasso morirono ben sei persone, ma solo più tardi se ne diede notizia sul registro, scrivendo che erano stati sepolti «in un campo», tanto il sentimento di pietà era ammortito e quasi scomparso dai cuori. Gli abitanti di Valconasso, allora facente parte della Parrocchia di Pontenure, venivano comunque solitamente sepolti nei loro stessi campi o nel cimitero di quell'oratorio.

Nonostante questa situazione così tragica, come a Milano i Cappuccini, anche a Pontenure alcuni religiosi prestarono la loro generosa opera a servizio degli appestati, confortando i vivi, assolvendo i moribondi e pregando per i morti. Due di essi vi lasciarono la vita: padre Jeronimo Nicelli, chierico regolare, che morì l’11 agosto, e don Antonio Bredi, chierico somasco, che morì il 7 settembre e fu sepolto in chiesa, «nello sepoltura presso il pulpito, verso l'altare maggiore». Particolare impressione deve aver destato anche la morte del ventiquattrenne Franco, figliolo di Alberto Brocchi, rapito dal morbo insieme a gran parte della sua famiglia il 7 settembre e sepolto alla Nure, forse un confratello laico distintosi nella cura dei moribondi, dato che accanto al suo nome si trova lo stesso simbolo, una croce stilizzata, solitamente messa accanto agli atti di morte di sacerdoti o religiosi. Anche se mancano testimonianze documentarie, è assai probabile che per la cura dei malati e dei moribondi sia stato utilizzato, per quanto si poteva, anche l'antico ospedale di San Pietro, posto in località San Martino, vicino alla porta orientale del paese, al giorno d'oggi non più esistente.

Il dilagare quasi inarrestabile del morbo ebbe un riflesso importante anche sui battesimi, come attestano le trascrizioni presenti sul quarto tomo del libro dei Battesimi. Durante quei mesi nacquero in Parrocchia ben 28 bambini, la gran parte dei quali durante l'autunno. Quasi tutti furono battezzati dal curato Antonio Boavini: a partire dal mese di agosto sembra che il rito battesimale si limitasse solamente all'infusione con l'acqua santa a causa del concreto rischio di contrarre il morbo. Talvolta, come nel caso della piccola Angela, nata il 13 settembre 1630 da Giulio Cesare Vignola e da sua moglie Maria, ad amministrare il sacramento fu uno dei due genitori. Più rare sono le annotazioni firmate dall'arciprete Passori, che risulta comunque presente in Parrocchia, a fianco del popolo affidato alla sua cura pastorale, anche in quel periodo così difficile e travagliato. Non sempre, da quanto risulta dalle annotazioni, erano presenti madrina e padrino del battezzando: talvolta viene indicato solo uno dei due, altre volte nessuno.

Il 16 dicembre, primo giorno della novena di Natale, tutto finì. L’ultima defunta sepolta «alla Nure» fu la trentenne Elisabetta Mazzoni, che morì proprio quel giorno; l’ultima vittima morta per contagio fu invece Giustina, moglie del fu Camillo Aleardi da Cassino, che morì il 19 dicembre e fu sepolta il giorno successivo nel cimitero di quel luogo, come avvenuto in precedenza per gli abitanti di quella frazione. Così terminava la grande strage che aveva fatto dalla Parrocchia di Pontenure un cimitero, uccidendo nel breve corso di cinque mesi ben 478 persone su una popolazione che non raggiungeva i mille abitanti. In tutto il Piacentino la percentuale dei morti si aggirò intorno al 40%, mentre nella sola città di Piacenza, che allora contava 30 mila abitanti, dopo la peste ne rimasero 17 mila soltanto. Il trauma della peste, pur lasciando un'impronta indelebile nella memoria collettiva, venne ben presto superato da una decisa ripresa demografica, certamente favorita dalle abbondanti terre da coltivare lasciate a vantaggio dei sopravvissuti, che anche a Pontenure nel breve volgere di due decenni riportò la popolazione a livelli anche superiori a quelli precedenti l'epidemia: 1.516 anime nell'anno 1690, 1632 anime nel 1700.

Di seguito abbiamo riprodotto le scansioni delle pagine del secondo tomo del Libro dei defunti, tuttora conservato presso il nostro Archivio parrocchiale, attraverso il quale si può ripercorrere la triste e serrata "conta" di coloro che morirono a causa del morbo. Le scansioni sono in alta risoluzione e possono essere visualizzate in modalità estesa cliccando sulle singole immagini.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Condividi questa notizia con tutti i tuoi amici!

UA-74246219-1