Il santo del mese - San Martino di Tours

Vescovo - (11 Novembre)

di Giuliano Vigini, testo tratto dalla collana I Santi nella Storia

Se la popolarità di un santo si misura dal numero di comuni, parrocchie, cappelle o altari che gli sono dedicati, Martino di Tours (316?-397) sarebbe certamente da collocare ai primi posti. Un’indagine di qualche tempo fa elencava in Francia ben 485 comuni e 3667 parrocchie che portano il suo nome, e non c’è dubbio che – a considerare l’Europa nel suo insieme – la lista si allungherebbe a dismisura. L’Italia, in particolare, contribuirebbe a tale elenco in maniera significativa, visto che la sola diocesi ambrosiana – come documenta il sacerdote e storico milanese Goffredo da Bussero nel suo Liber notitiae sanctorum Mediolani – già sul finire del XIII secolo poteva contare 132 chiese e 15 altari dedicati al santo. Questa popolarità e devozione, del resto, trovano ampio riscontro anche nell’abbondante iconografia in cui Martino viene raffigurato in veste di soldato romano o di vescovo: iconografia che già di per sé testimonia come la sua fama e il suo culto abbiano avuto larghissima diffusione in tutto l’Occidente.

Simone Martini, La rinuncia alle armi di S. Martino, Assisi.

Nato nel 316 o 317 da genitori pagani a Sabaria, in Pannonia (l’attuale Szombathely, in Ungheria), Martino trascorre l’infanzia e la fanciullezza a Pavia (l’antica Ticinum), probabilmente perché il padre – diventato tribuno – vi era stato trasferito con la sua guarnigione. Lì, all’età di dieci anni, matura una sensibilità religiosa e un’attitudine spirituale che sembrano già orientarlo, da un lato, verso la comunità dei fedeli e, dall’altro, verso la solitudine dell’eremo: una sorta di preludio di quella che sarà poi effettivamente la sua vocazione di vescovo e di monaco. Contro il parere dei genitori, a dodici anni chiede di essere ammesso al catecumenato e alla prescritta catechesi d’iniziazione, ma dovranno passare sei anni prima che possa ricevere il battesimo. A quindici anni, intanto, è costretto ad arruolarsi; diventa ufficiale della guardia a cavallo e ben presto si distingue per le sue virtù, attirandosi l’affetto e la stima dei soldati per la gentilezza, la carità, la modestia e lo spirito ascetico di cui dà prova. Il celebre episodio del mantello tagliato a metà e condiviso con un mendicante alle porte di Amiens, dov’era di stanza in quella fredda notte d’inverno del 334, e la successiva visione di Cristo apparsogli avvolto proprio in quel pezzo di mantello da lui donato al povero, sono per Martino il segnale della sua chiamata a passare da soldato dell’imperatore a soldato di Cristo. Prima però che questo avvenga di fatto, dovranno trascorrere ancora molti anni: Martino lascerà infatti il servizio nell’esercito soltanto nel 356. Da quel momento inizia per lui una nuova avventura. Per affrontarla adeguatamente, si mette alla scuola di un uomo di sicura dottrina e di una personalità di spicco come Ilario, vescovo di Poitiers.

Martino, tuttavia, si ferma poco tempo in città; rientra tra i suoi, in Pannonia, converte la madre  al Cristianesimo e comincia a sperimentare la durezza della battaglia contro gli ariani. Maltrattato e infine esiliato, torna in Italia, fermandosi – verso il 358 – nelle vicinanze di Milano per fare un’esperienza di vita ascetico-monastica. Scacciato anche da Milano dal vescovo ariano Aussenzio, si reca nell’Isola della Gallinara, in Liguria, per trasferirsi successivamente vicino a Poitiers, nell’eremo di Ligugé (360), destinato presto a diventare il punto di irradiazione di tutto il movimento monastico in Gallia. Più tardi, fonderà un altro monastero a Marmoutier, non lontano da Tours: città di cui nel frattempo era stato eletto vescovo a furor di popolo (371). In breve tempo, l’attività di questo vescovo-monaco – o, se si vuole, di questo monaco in prestito alla vita pastorale della Chiesa – diventa frenetica: le opere di carità, le guarigioni miracolose, gli esorcismi, l’evangelizzazione delle campagne e la difesa della retta dottrina contro le eresie e le superstizioni non gli danno tregua. Spesso ostacolato e vilipeso, anche dai suoi, Martino persegue comunque con rigore e tenacia, pazienza e saggezza i suoi propositi, col solo scopo di assicurare il bene della Chiesa che gli era stata affidata, e dando sempre nel suo servizio episcopale l’esempio di una vita di preghiera e penitenza, temprata dall’ascesi, spoglia di ogni incrostazione di potere e privilegio, come si conviene a chi cerca soltanto Dio.

Cima da Cornegliano, San Martino e il povero, Trittico di Navolè, tempera e olio su tavola di pioppo, 1510 ca., Vittorio Veneto, Museo Diocesano di Arte Sacra “Albino Luciani”.

Infondo, la sua forza sta proprio in questo: nel saper felicemente sposare l’azione apostolica e la vita contemplativa, facendo dell’una la ricchezza dell’altra. E tutto questo porta frutto: il paganesimo arretra; semplici fedeli o personaggi altolocati si convertono; mentre monasteri e parrocchie si moltiplicano.

Pochi mesi prima della sua morte, avvenuta a Candes l’11 novembre del 397, Sulpicio Severo – un avvocato di Bordeaux che si era convertito agli ideali ascetici di Martino ritirandosi nell’eremo dopo la morte della moglie – scriverà una Vita sancti Martini, che resta la fonte d’informazione primaria per conoscere la vita del santo. Questa Vita sarà completata da tre Epistulae (397-398) – che riferiscono nuovi episodi, in particolare la morte e i funerali di Martino – e dai Dialogi (404), un cospicuo dossier agiografico, che si può considerare una seconda biografia, più lunga della prima.

A questo devoto discepolo e biografo Martino deve gran parte della sua celebrità. La Vita di Sulpicio Severo, infatti, ha enormemente contribuito a illustrare – pur nei contenuti miracolistici, nel tono edificante e nella stilizzazione tipica dell’agiografia antica – la figura del santo e ad alimentare il fervore con cui nei secoli successivi  pellegrini di Francia, ma anche d’Italia e Spagna, ne hanno onorato la memoria, recandosi a Tours a pregare sulla sua tomba. Dopo la conversione di Clodoveo, re dei franchi, e l’omaggio da lui reso a san Martino per la vittoria sui visigoti in Gallia meridionale (507), i pellegrinaggi riceveranno nuovo impulso. E proseguiranno con intensità per molti secoli ancora.

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