Pontenure e le epidemie: il vaiolo del 1871-72 (e non solo…)

Pontenure e le epidemie: il vaiolo del 1871-72 (e non solo...)

La guerra franco-prussiana del 1870, che portò alla proclamazione del secondo Reich germanico e alla perdita dell’Alsazia e della Lorena da parte della Francia, innescò una spaventosa pandemia di vaiolo che fra il 1870-1875 causò in tutta Europa circa 500.000 vittime. Una volta di più, e purtroppo non sarà l'ultima, il passaggio degli eserciti favorì la diffusione del morbo: i Prussiani, che negli anni precedenti avevano attuato la vaccinazione in massa del loro esercito, persero meno di cinquecento soldati a causa del vaiolo, mentre circa ventimila furono le vittime tra i militari francesi, che non erano stati vaccinati. L’epidemia di vaiolo si diffuse ben presto attraverso i fuggiaschi, i reduci e i prigionieri di guerra francesi, raggiungendo per una tragica ironia anche la stessa Germania, provocando circa 160 mila vittime tra la popolazione civile, che non era stara vaccinata, al contrario dei militari di leva, e molte altre parti d'Europa, da dove continuò ad espandersi rapidamente fino ad arrivare in America e in Africa. Anche il giovane Regno d’Italia, che nel settembre 1870 aveva finalmente ricongiunto la sua capitale, Roma, al resto della nazione, tra il 1871 e il 1874 venne duramente colpito.

Per quanto riguarda Pontenure, è stato possibile rintracciare gli effetti che ebbe quest’epidemia di vaiolo sul nostro paese grazie alle precise annotazioni lasciate dall’allora arciprete don Gioacchino Cella sul dodicesimo tomo del Registro dei morti, ancora conservato nell'Archivio parrocchiale. Da quanto si apprende il vaiolo colpì Pontenure tra il maggio 1871 e il marzo dell’anno successivo, causando in tutto una ventina di decessi, una cifra relativamente bassa se confrontata alla terribile epidemia di peste del 1630 o anche solo alla prima epidemia di colera del 1835. La prima vittima fu Giuseppa Civardi, di 62 anni, vedova di Pietro Fuochi, che morì presso la località Casella della Beretta il 6 maggio. La seconda vittima fu la sedicenne Albina Sebianti, che morì nella mattina dell’11 giugno presso la cascina Coglialegna, aldilà della ferrovia, e quello stesso giorno fu sepolta nel vecchio cimitero. Il 7 agosto fu poi la volta del settantenne Peretti Filippo, mentre dalla metà del mese i decessi cominciarono a divenire più numerosi, con ben tre decessi in pochi giorni. Le morti dovute al "repentino morbo", così viene definito dall'arciprete Cella, ripresero verso la fine di novembre continuando ad intermittenza fino all’inizio della primavera dell’anno successivo. La grande maggioranza delle vittime non abitava in paese ma nelle tante cascine sparse per la campagna pontenurese ed aveva un’età avanzata, anche se la coda dell’epidemia si accanì in particolare sui bambini: il 23 febbraio moriva il piccolo Luigi Forti di appena tre mesi, il 25 era la volta di Matilda Fanti, di appena due anni, il 9 marzo della piccola Maria Ravazzola, di appena 20 giorni, e il 20 marzo di un neonato di appena cinque mesi, figlio di Giovanni Beretta e Giovanna Rapaccioli, che abitavano in località Menarolo. Il 13 aprile moriva infine Santa Biolchi, anch'essa residente nella medesima località. Era la ventunesima ed ultima vittima pontenurese del morbo.

Si concludono qui, purtroppo, le nostre ricostruzioni realizzate scrutando nel nostro passato grazie alle pagine dei registri dei Morti del nostro Archivio. Quella del vaiolo comunque non fu purtroppo l’ultima epidemia che colpì Pontenure: negli anni della Grande Guerra venne per esempio la terribile influenza spagnola che fece strage anche nella nostra Parrocchia, però non è stato possibile rintracciare nessuna particolare annotazione riguardo le circostanze della morte delle numerose persone scomparse in quegli anni. In tempi ancora più recenti, nei primi anni del secondo dopoguerra, il nostro paese fu colpito da un’epidemia di poliomielite, una malattia infettiva causata da poliovirus, pericolosa e mortale specialmente per i bambini. Le madri di Pontenure, per impetrare dalla Grazia divina la cessazione di questo terribile flagello, non esitarono a raccogliere offerte al fine di poter comprare una nuova statua del Santo Bambino di Praga, ancora oggi presente nella nostra chiesa, chiusa nella nicchia sovrastante il battistero.

Nel congedarci dai lettori al termine di questa, speriamo interessante, cavalcata lunga almeno tre secoli tra lutti ed epidemie, da credenti non possiamo che far nostra l’invocazione dei nostri avi che, come ci dimostrano gli eventi degli ultimi mesi, sarebbe bene tenere sempre a mente, anche quando (e soprattutto) la crisi della fede, il progresso delle scienze, l'ignoranza del passato e l’evoluzione della tecnologia la vorrebbero ormai relegata nelle soffitte più buie della Storia: A peste, fame et bello libera nos Domine!

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