San Massimiliano Kolbe, il “martire dell’amore”

San Massimiliano Kolbe, il "martire dell'amore"

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre, l’ho fatto conoscere a voi». (Giovanni 15, 12-17)

Sempre fedele al "comandamento nuovo" ed amico sincero di Gesù lo è stato davvero, fino alla morte, San Massimiliano Kolbe, una delle figure più emblematiche fra coloro che sono stati elevati agli onori degli altari nel secolo scorso, un secolo difficile e tormentato, segnato come nessun altro da guerre, rivoluzioni, egoismi, barbarie e crudeltà. L'esempio di Padre Kolbe, definito non a caso da Paolo VI "martire dell'amore", del quale proprio quest'anno si celebra l'ottantesimo anniversario della nascita al cielo, si pone infatti al crocevia dei maggiori problemi che affliggono questo nostro tempo: la fame, la pace tra i popoli, la riconciliazione, il bisogno di dare senso alla vita e alla morte e rappresenta un esempio luminoso di amore perfetto, spinto fino a fare dono della propria vita. Perché martire significa testimone, e non vi può essere testimonianza autentica di essere discepoli del Signore crocifisso e risorto senza fare fino in fondo tutto quello che Egli ci domanda, concedendoci la forza di compierlo.

E così ha fatto San Massimiliano, la cui testimonianza di fede, amore e carità ha illuminato della luce pasquale il terribile mondo del campo di sterminio, capace di trasformare quell'orrida cattedrale di filo spinato, quel "tempio" dell'orrore, teatro di crimini contro Dio e contro l'uomo che non hanno confronti nella storia, in un nuovo Calvario. È stato infatti quello di San Massimiliano un nuovo sacrificio d'amore, forse il più simile a quello di Cristo, che del tutto volontariamente si consegnò alla morte per la nostra redenzione, per il carattere spiccatamente eroico, sovranamente libero, di quel gesto, che lo portò a offrirsi senza costrizione nelle mani del persecutore, senza esitazione.

I martiri, infatti, fedeli all'esempio del loro Signore, non si scoraggiano nel fare il bene anche quando il male sembra distruggere tutto, quando sembra vincere e soffocare ogni più piccolo gesto di amore e umanità, ogni più piccolo barlume di speranza. A prima vista, ai nostri occhi di uomini scoraggiati e disillusi, le loro esistenze potrebbero essere ritenute una sconfitta, ma proprio nel loro martirio risplende il fulgore dell’Amore che vince le tenebre dell’egoismo e dell’odio, della luce del Vangelo capace di sconfiggere la morte. L'amore per Dio e per il prossimo, fonte inesauribile della carità perfetta. Quello stesso Amore che guidava nel suo cammino San Massimiliano Kolbe, al quale vengono attribuite le seguenti parole che egli avrebbe pronunciato nel pieno furore della persecuzione nazista: "L’odio non è una forza creativa: lo è solo l’amore".

Massimiliano Maria Kolbe nacque nel 1894 a Zdunska-Wola, in Polonia. Deciso fin da giovane a consacrare la sua vita al Signore, entrò nella famiglia Francescana dei Minori Conventuali. Innamorato e devotissimo alla Beata Vergine, mentre l'Europa e con essa il mondo intero si avviavano a un secondo e ancora più tragico conflitto, fondò la Milizia di Maria Immacolata e svolse un intenso apostolato missionario in Europa e in Asia, raggiungendo anche il lontano Giappone. Nel 1941 fu deportato nel campo di sterminio di Auschwitz, dove venne dove immatricolato con il numero 16670 e destinato ai lavori più umilianti, come il trasporto dei cadaveri al crematorio. Nel campo di sterminio, in uno slancio di carità, San Massimiliano offrì la sua vita di sacerdote in cambio di quella di un padre di famiglia, suo compagno di prigionia. Rinchiuso nel "bunker della fame" con altri poveri innocenti, Padre Kolbe, sacerdote mariano nel suo intimo, continuò a dare speranza e consolazione a quanti erano con lui, totalmente affidato alla Madre di Dio fino alla morte. «Ave Maria», sono state queste le ultime parole uscite dalle sue labbra, mentre porgeva il braccio a colui che lo uccideva con un’iniezione di acido fenico. Era il 14 agosto 1941. Tutto si era di nuovo compiuto, come già duemila anni fa sul Calvario. Ancora una volta il male era stato vinto col bene, l’odio con l’amore.

Altre erano state le parole che San Massimiliano aveva pronunciato soltanto pochi giorni prima, il 29 luglio di quello stesso anno, quando nel blocco 14, al quale apparteneva, si era da poco diffusa una notizia terribile, agghiacciante: era appena fuggito uno dei prigionieri, destinati in quel periodo alla mietitura dei campi. Se il prigioniero non fosse tornato, il giorno seguente altri dieci prigionieri del blocco 14 sarebbero stati scelti per essere condannati a una pena atroce: la morte di fame e sete in un orrido e tenebroso sotterraneo, chiamato dai carnefici "bunker della morte". 

Il prigioniero fuggito non fece ritorno. Verso la sera di quello stesso giorno, il comandante Fritsch si presentò per scegliere i dieci da condannare nel blocco schierato davanti a lui. Questa è la testimonianza di colui che è stato salvato dalla morte grazie a Padre Kolbe, Francesco Gajowniczek, sergente polacco, che così raccontò quello ha potuto vedere e sentire quel giorno: «Eravamo allineati in dieci file, durante l’appello della sera. Mi trovavo nella stessa fila di Padre Kolbe; ci separavano tre o quattro prigionieri. Il Lagerführer Fritsch, circondato dalle guardie, si avvicinò, e cominciò a scegliere nelle file dieci prigionieri per mandarli a morire. Indicò col dito anche me. Uscii dalla fila e mi sfuggì un grido: avrei desiderato vedere ancora i miei due figli! Dopo un istante uscì dalla fila un prigioniero, offrendo se stesso in mia vece. Si avvicinò, perciò, al Lagerführer e cominciò a dirgli qualcosa. Allora una guardia lo condusse nel gruppo dei condannati a morte; io ebbi l’ordine di rientrare nella fila».

Un altro testimone oculare dei fatti fu il medico Niceto Francesco Wlodarski, che si trovava lì presente. «Dopo la scelta dei dieci prigionieri – egli racconta – Padre Massimiliano uscì dalla fila e, togliendosi il berretto, si mise sull’attenti dinanzi al Comandante. Questi, sorpreso, rivolgendosi a lui, disse: "Che cosa vuole questo porco polacco?". Padre Massimiliano, puntando la mano verso Francesco Gajowniczek, già prescelto per la morte, rispose: "Sono un sacerdote cattolico polacco; sono anziano, voglio prendere il suo posto, perché egli ha moglie e figli…". Il colonnello Fritsch, meravigliato, sembrava non riuscisse a trovare la forza per parlare. Ripresosi dallo stupore, dopo qualche istante, con un cenno della mano, pronunciando la sola parola: "Fuori!", ordinò a Gajowniczek di ritornare nella fila lasciata prima. In tal modo, Padre Massimiliano prese il posto del condannato…».

L'esempio offerto da San Massimiliano ci guida e illumina ancora oggi, ogni volta che assistiamo al santo sacrifico della messa e ascoltiamo la proclamazione del Vangelo nella nostra chiesa, perché il suo volto amorevole è scolpito nel legno dell'ambone, opera delle mani abili dello scultore Paolo Perotti, scomparso pochi anni fa, le cui opere impreziosiscono le chiese di Piacenza e di mezza provincia.

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