Sabato 24 Dicembre: la santa messa della notte, contemplando il grande mistero del Natale

Sabato 24 Dicembre: la santa messa della notte, contemplando il grande mistero del Natale

«Mentre il silenzio avvolgeva ogni cosa e la notte era a metà del suo corso, la tua Parola onnipotente, o Signore, venne dal tuo trono regale» (Antifona al Magnificat del 26 Dicembre).

Ancora una volta è giunto il Natale. Fedeli ad un’antica tradizione che non dovrebbe essere soltanto costume, tra un cenone e una tombola, ma intima esigenza dell’anima, davvero in tanti, nella tarda serata di sabato 24 dicembre, hanno partecipato alla santa messa della notte celebrata dal nostro parroco don Mauro Tramelli. A dominare la nostra chiesa, prima dell'inizio della celebrazione, erano il silenzio e la luce. Il silenzio che azzera le parole fino a rendere muti, la luce radiosa nelle tenebre di una fredda notte d'inverno, ci riconducono entrambi a Betlemme, davanti alla greppia dove la Vergine depose il Salvatore.

Una grande gioia regnava nell’intimo dei cuori e traspariva dai volti dei presenti, e una grande gioia hanno trasmesso i suggestivi canti eseguiti dai cantori del Coro "Perfetta Letizia", sotto la direzione di Silvia Riboni, che hanno impreziosito e reso ancora più solenne la liturgia. Insieme all'esultanza dei canti, nell’aria si è levato soave anche il profumo dell’incenso, offerta gradita che sale verso il Dio uno e trino, che ha creato l’uomo dal fango ai primordi della Creazione e fedele alle sue promesse l'ha salvato, nella pienezza dei tempi, assumendo la di lui natura. È questo il grande mistero che in questa notte di veglia si è svelato ai nostri cuori.

Nella chiesa sono risuonate, a segnalare la fine dell’Avvento, le note del Gloria, l’inno angelico, che inizia con le stesse parole rivolte dagli angeli ai pastori e eleva l’animo nella lode trinitaria. Mentre il Coro cantava, il celebrante ha scoperto il Bambinello e l’ha incensato a lungo, sicuramente uno dei momenti dei momenti più suggestivi e commoventi di tutta la solenne liturgia che la Chiesa pellegrina sulla terra celebra nelle cattedrali e nelle più povere cappelle in questa notte santa. Anche nel grande presepe allestito in chiesa è comparsa la statuetta raffigurante il Bambino Gesù, deposta nella greppia, tra la paglia.

La celebrazione è poi proseguita con la proclamazione, da parte di don Mauro, del Vangelo di Luca, occasione per ascoltare ancora una volta quei versetti che sono forse tra i più noti di tutte le Sacre Scritture. Oltre a Maria e Giuseppe, non ci sono né parenti né amici ad accogliere la nascita di questo Bambino; solo alcuni pastori, gente che viveva ai margini della società e il cui mestiere veniva giudicato con severità dai dottori della legge. Eppure, Dio sceglie proprio loro: con la Sua venuta il Signore del cielo e della terra fa irruzione in mezzo ai poveri e ai miseri, annuncia la gioia, promette la pace per il mondo intero. Al termine della celebrazione in molti si sono avvicinati alla statua di Gesù Bambino per rendergli omaggio, farsi un segno di croce, recitare una devota preghiera.

È risuonata ancora in questa notte santa la gioia del cielo e della terra, degli angeli, degli uomini e dell’intera creazione espressa dal salmista: «Gioiscano i cieli, esulti la terra, risuoni il mare e quanto racchiude; sia in festa la campagna e quanto contiene, acclamino tutti gli alberi della foresta» (Salmo 96,11-12). Gioia ineffabile, mistero inconoscibile. La stella del mattino, quella stella che non conosce tramonto, si è di nuovo levata e splende alta e luminosa nel cielo, pronta a guidare i Magi e chi è alla ricerca della verità verso la capanna di Betlemme.

È questa la nostra gioiosa certezza; anche se molti uomini sembrano assomigliare ancora a morti che giacciono nel buio delle tenebre, nella profondità della notte il nostro orecchio ha inteso ancora una volta, come più di duemila anni fa lo udirono i pastori, il motivo della nostra comune esultanza: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Luca 2,11-12).

Da queste parole deve nascere spontaneo nei cuori e nelle nostre vite un messaggio di speranza in un tempo che pare aver dimenticato il significato stesso della speranza; un fascio di luce in grado di guidare i nostri passi in un mondo che sembra sprofondare vieppiù nelle tenebre; un richiamo alle verità che non tramontano per un’umanità che ormai sembra aver dimenticato Dio; un vento soave di rinnovamento in una società che talora ci appare decrepita e sterile; una promessa di pace per tutte le genti provate dalle inenarrabili bestialità della guerra. Un bambino che nasce per noi è un destino nuovo che si apre, una speranza che si ridesta.

Nessuno è escluso da questa gioia, anche se quasi nascosta nel segreto di una grotta, rifugio di pastori e di bestie domestiche, dove il Dio eterno che era prima del tempo ha posto il suo trono, vegliato da due ben strane sentinelle, un asino e un bue, che meritarono di posare, primi fra gli esseri viventi, gli occhi sul Verbo fatto carne. «O grande mistero e mirabile sacramento - proclama un canto ormai dimenticato - che gli animali vedessero il Signore appena nato giacente nella mangiatoia». Grande mistero davvero. Colmi di questa gioia invincibile, deponiamo dunque «l'uomo vecchio con la condotta di prima» (Efesini 4, 22) e cerchiamo di essere davvero degni, cambiando radicalmente la nostra esistenza, di quella immensa gioia che ci hanno trasmesso gli angeli.

Luca T.

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