Preti in bicicletta: quando la fede corre(va) in bici…

Preti in bicicletta: quando la fede corre(va) in bici…

Preti in bicicletta, come l'immortale Don Camillo uscito dalla penna e dall'immaginazione di Giovannino Guareschi. Se l'Arciprete del Mondo Piccolo, nel secondo dopoguerra, poteva sfrecciare liberamente insieme al suo amico-rivale Peppone sulle polverose strade della Bassa e lungo le rive del Grande fiume, così non era per i suoi predecessori: fino a qualche decennio prima solo a inforcare un pedale si poteva essere tacciati di modernismo, quasi un peccato capitale per gli ecclesiastici, anzi era considerato addirittura un atto insolente e sovversivo, per i preti e non solo, cavalcare la bici!

Oggi la cosa fa sorridere, è quasi divertente. Eppure nel clero e nella gerarchia di quel tempo, siamo all’incirca nel 1890, andare in bici era considerato un problema piuttosto serio e da trattare con ogni cautela. Perfino in campo civile, non solo in quello ecclesiastico, inizialmente l’uso della bicicletta era stato assai malamente accolto: infatti le autorità politiche o l’avevano diffidato o avevano cercato di ridurlo.

Un certo generale Bava Beccaris, commissario regio a Milano durante i moti del 1898, considerava la bicicletta uno strumento di disordine in mano ai rivoltosi e agli operai e perciò ne aveva addirittura proibito l’uso. Ci si era messo anche il Congresso medico italiano del 1897, che ne aveva diffidato l’uso per motivi di salute! Nel mentre la fabbrica milanese dei velocipedi Prinetti e Stucchi invadeva col popolare veicolo il mercato, italiano e non, peraltro facendo pure ottimi profitti.

Dalle carte segrete di papa Pio X si evince che agli inizi del Novecento l’uso di questo mezzo era diventato un problema disciplinare e alla richiesta dei vescovi sul come comportarsi nei confronti di quei preti che ne facevano uso, la risposta fu glaciale: «Proibizione assoluta». Le sanzioni per i trasgressori recidivi erano severe «sospensione della messa», perché le biciclette offendevano la morale comune dando scandalo ai fedeli, provocavano incidenti e agevolavano la dissipazione dei sacerdoti che potevano fare facili spostamenti favoriti dalla bicicletta. Gli oppositori, che non mancavano, ne indicavano (timidamente) invece i vantaggi: era più facile spostarsi da un posto all’altro nei giorni di festa, andare a visitare i malati lontani, portare l’olio santo  e il Viatico ai moribondi...

Ma Pio X restava fermo nei suoi propositi: la dolorosa impressione che lascia nei buoni, il disprezzo che suscita il contegno di un prete in bicicletta, confermano la giustezza della proibizione. Perfino nell’enciclica Pascendi, nella quale si condannava ogni modernità, per il clero veniva riconfermata la proibizione totale. La paura che si coglie in questa rigida mentalità clericale aveva diverse motivazioni: non si voleva dare adito a innovazioni troppo moderniste, mantenere uno status quo consolidato, proteggere clero e fedeli da queste nuove contaminazioni, perché «si va troppo di fretta». Il nuovo insomma, come sempre, disorienta e impaurisce.

Ma intanto la storia cammina. Nella nuova generazione del clero e dei credenti, fortunatamente, qualcosa stava maturando. Su una rivista liberal-cattolica fiorentina del tempo, a firma di un parroco italiano, comparvero varie obiezioni: perché preti e frati austriaci, inglesi, americani pur appartenenti alla stessa Chiesa vanno tranquillamente in bici? Se, come si dice, con la bici si va troppo in fretta, come mai vescovi e cardinali si servono dell’automobile, che cammina molto più veloce? E le signore e signorine che ormai si servono tutte di «quel mezzo meccanico», non destano né ammirazione né suscitano scandalo!

«Che i giovani pedalino via dalla povertà, come fece Bottecchia», era solito invece ripetere mons. Romano Citton che a Roncade, in provincia di Treviso, prendeva vecchie biciclette e ci metteva in sella i ragazzini. Poi creò una squadra ciclistica a Treviso per farli correre, nonostante il parere contrario del gerarca fascista del luogo. Non erano passati neanche vent'anni da quando Pio X aveva inviato all’arcivescovo di Ferrara, Giulio Boschi, presidente dei Vescovi dell’Emilia Romagna, una lettera nella quale chiedeva ai prelati di denunciare quei sacerdoti che utilizzavano la bicicletta per i loro spostamenti perché «è tempo veramente di finirla con questo abuso tanto indecoroso per il clero».

L’apertura verso l’uso del nuovo velocipede era ormai iniziata. E in pochi lustri tutto era cambiato. Anche in Italia, finalmente, la fede... poteva correre in bici!

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