Venerdì Santo, il ritorno della processione per le vie del paese

Venerdì Santo, il ritorno della processione per le vie del paese

"Ti saluto, o Croce Santa, che portasti il Redentor"

Nella serata di ieri, venerdì 15 aprile, si è finalmente rinnovata, dopo due anni di forzata interruzione a causa della pandemia, la solenne processione del Venerdì Santo. È un rito antico (la prima volta si svolse nel lontano 1797, era allora arciprete don Benedetto Moris), ancora oggi radicato e sentito dal paese intero, che accompagna il cammino della processione lungo il tradizionale percorso coi segni tipici della pietà popolare, candele, lumini, lampadine, drappi rossi, segni esteriori forse, ma che ben attestano nella loro semplicità una fede profonda e tenace, propria dei “piccoli”, che neppure le mode di questi nostri tempi tormentati e dominati dal rifiuto di Dio sono riusciti a spegnere.

Ed è proprio un Dio rifiutato, sprezzato, dileggiato, scartato, che hanno seguito i tanti fedeli che in silenzio e raccoglimento hanno percorso le strade del nostro paese, accompagnando con la preghiera la statua del Signore Morto e della Vergine Addolorata. "Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto" (Gv 19,37), uno sguardo di fede e di amore che facilita il nostro impegno di vita cristiana. Le letture del Vangelo, le invocazioni, si sono alternati ai canti eseguiti dai bravi cantori del Coro “La Torre”, sotto la direzione della “storica” maestra e direttrice Paola Valla, e ai selezionati inni e brani musicali della Banda “Del Val - Pegorini”, guidata per l’occasione dal vicedirettore Mauro Ferrari, che è tornata ad accompagnare col suono dei suoi strumenti questo momento così sentito e carico di significati per la fede di tanti.

Non mancavano, sapientemente dislocate lungo il tragitto, le stazioni della Via Crucis che ci hanno consentito di ripercorrere le ultime ore della vita terrena del Signore, dalla iniqua condanna alle cadute lungo la strada del Golgota, dalla crocifissione alla deposizione in quel sepolcro “nuovo, scavato nella roccia” (Mt 27,60), muto testimone, nella notte santa di Pasqua, dell’Evento centrale della storia della Salvezza. Ad interpretare Gesù e sua Madre, soldati e pie donne, tanti piccoli attori che debitamente istruiti dai loro catechisti si sono prestati con gioia a questa sacra rappresentazione delle ultime ore della vita terrena del Signore che dovrebbe indurre i grandi alla conversione del cuore: bambini e ragazzi del Catechismo, giovani scout e lupetti, ma anche adulti, come gli uomini e le donne dalla Comunità Masci, chiamati come di consueto a rappresentare l’undicesima stazione.

Ad accompagnare la lunga processione lungo le strade deserte, trasmessa in diretta streaming per favorire la partecipazione degli anziani e dei malati, anche i sacri ministri, servitori di Cristo e della Chiesa, rivestiti dei paramenti rossi che la liturgia riserva a questo giorno di dolore e di sofferenza, il nostro parroco don Mauro Tramelli e don Josuè Brito da Silva, parroco di Paderna e Valconasso. Dopo aver incensato con riverenza le statue posizionate sul sagrato, don Tramelli parlando a braccio ha voluto rivolgere alcune parole al popolo che in gran numero affollava la piazza.

Abbiamo ripreso il nostro cammino interrotto due anni fa, però non si è mai interrotto il passo, stanco a volte, vicino all’umanità che continuamente è ferita, umiliata, lasciata da sola. Abbiamo vissuto una pandemia, la stiamo ancora vivendo, [e con essa] la fragilità del nostro corpo. Poi ci siamo accorti che le guerre ci sono ancora, questa volta vicino a noi, alle porte di casa, dove il Cristo è continuamente inchiodato a una croce, è lasciato da solo, a volte è sepolto senza un nome, dove le madri continuano a piangere, dove le falsità degli uomini continuano a calpestare la dignità dell’uomo, dove la parola data non ha più un valore ma è continuamente tradita. Nella Via Crucis viviamo tutte queste cose, la fatica del passo che diventa pesante, la meta che a volte sembra irraggiungibile, per poi scoprire che Dio è comunque presente anche quando i tuoi occhi erano incapaci di vederlo e il tuo cuore incapace di ascoltarlo. Prevale nel Venerdì Santo la notte, la solitudine, l’angoscia, il silenzio, il Dio che tace ma poi scopriamo ad ogni Pasqua che Dio continua ad abitare quel silenzio, anche quando faccio fatica, anche quando sembra guardare da un’altra parte, anche quando il peso diventa troppo grande”.

Dopo la benedizione finale che ha concluso la solenne funzione, in molti non hanno mancato di raccogliersi in preghiera ancora per qualche momento davanti al simulacro di quell’“uomo dei dolori che ben conosce il patire (Isaia 53,3), rivolgendo a lui, nel silenzio della notte, i più intimi e profondi pensieri del cuore, sul finire di questo giorno, in cui siamo chiamati, come ogni anno, in modo particolare al digiuno, alla penitenza e alla conversione, partecipando col cuore con la Santa Chiesa al grande e mirabile Mistero dell’unico Dio che muore in croce per amore e per la salvezza del genere umano.

Luca T.


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