Pontenure e le epidemie: nel 1867 la terza ondata di colera

Pontenure e le epidemie: nel 1867 la terza ondata di colera

Le epidemie di colera che colpirono Pontenure nel 1836 e nel 1855 furono seguite da un ultimo colpo di coda di quello che nell’Ottocento veniva definito il "morbo asiatico": il colera tornò infatti a colpire il nostro paese nel 1867, subito dopo la conclusione della terza campagna per l’indipendenza nazionale che aveva portato all’annessione del Veneto al neonato regno d’Italia.

Preannunziato dai dispacci telegrafici dei consoli dei Paesi europei, già nel 1865 il colera aveva colpito Alessandria d'Egitto, probabilmente portato dai pellegrini provenienti dalla Mecca. Attraversò quindi la Persia e i porti del Mar Caspio, passò per il canale di Suez e arrivò nel Mediterraneo. Nell'estate del 1865 la Francia, l'Italia meridionale, le grandi città portuali di Genova, Marsiglia e Tolone furono duramente colpite da questa nuova epidemia. Anche se l’impegno delle autorità statali nel prevenire la malattia, attuato negli anni precedenti migliorando le condizioni igienico-sanitarie pubbliche e private, dimostrò di aver portato qualche beneficio, rimase immutata la mancanza di presidi terapeutici, ciò è confermato dal fatto che dei casi affetti più del 60 per cento diventavano letali. Le cure in pratica erano sempre le stesse: anche se la pratica del salasso fu bandita, restava l'uso dell'oppio, dei fiori di zinco, di astringenti, di clisteri, di bagni caldi, l'uso di bevande alcoliche. Nell’inverno 1866 il colera sembrava scomparire e l’Italia intera tirò un sospiro di sollievo, ma anche a causa del movimento delle truppe dovuto alla campagna del 1866 rimasero attivi nel Paese dei focolai della malattia che riesplosero all’improvviso nei primi due mesi del 1867, per aggravarsi sempre di più con l’inizio della primavera.

Anche Pontenure, come dicevamo poc’anzi fu nuovamente colpita, agli inizi della stagione estiva, come provano le annotazioni lasciate sul ventiduesimo tomo del Libro dei morti della nostra Parrocchia per mano dell’allora arciprete Gioacchino Cella. La prima vittima pontenurese di questa terza ondata colerica fu l’anziana Amalia Bianchini, di 59 anni, moglie di Pietro Barborini, che si spense il 6 luglio 1873 e fu sepolta lo stesso giorno nel cimitero della Parrocchia, allora ancora collocato nella zona settentrionale del Parco Raggio. Lo stesso giorno, sempre a causa del colera, si spegnava un’altra donna, anche la cinquantacinquenne Graziosa Tagliaferri, moglie di Luigi Bassanetti, che venne invece sepolta il giorno successivo nel locale cimitero. La successiva vittima fu la figlia della Tagliaferri, Giuseppa, di anni 28, che si spense il 9 luglio.

Fu poi la volta di Paolo Manini, di 27 anni, morto il 13 luglio e sepolto il giorno successivo, che precedette nella tomba la piccola Rosa, sua figlia, di appena quattro mesi di età, che morì nella notte del 17 luglio. Da quanto si apprende dal registro la famiglia Manini abitava in località Laverocchio, come era allora chiamata l’odierna via Moschini. Altre cinque vittime seguirono nelle settimane successivo, un dato indicativo dalla scarsa violenza e diffusione dell’epidemia, al contrario delle due precedenti. L’ultimo decesso a causa del colera ebbe a registrarsi quasi alla fine di agosto, precisamente il giorno 27, quando morì Luigi Dacrema, di 45 anni, che abitava presso la cascina Gaeta, posta nella zona a nordest del paese, oltre la linea ferroviaria.

Grazie alle note dell’arciprete Cella, che già si era distinto prestando assistenza ai colerosi nel 1855 quando era arciprete di Bardi, apprendiamo infine non mancò mai ai colerosi l’assistenza morale e spirituale da parte dei sacerdoti della Parrocchia, che amministrarono a tutte le vittime di questa terza ondata di colera la Santa Eucarestia, l’unzione con l’Olio degli Infermi e la benedizione papale con annessa indulgenza plenaria in articulo mortis, che a quei tempi veniva impartita dal sacerdote a conclusione del rito dell'Estrema Unzione.

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